Covid: salutiamoci così

namaste

Ora che il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità, Tedros Ghebreyesus, ha sconfessato l’uso del gomito come forma alternativa alla stretta di mano onde scongiurare il contagio da Covid, le abitudini quotidiane assunte in tempi di pandemia premono per la ricerca di soluzioni innovative.

È stato fatto osservare che l’utilizzo del gomito come veicolo di saluto contiene due aspetti pericolosi. Il primo: l’avvicinarsi all’altro per toccargli il gomito porta le persone in una prossimità inferiore al metro di distanza, il che è del tutto sconsigliato. Il secondo: l’indicazione preventiva affinché, in caso di starnuto, si utilizzi la parte interna del gomito per smorzare la potenziale dispersione del virus nell’aria è in evidente contraddizione con l’uso del gomito stesso come veicolo di saluto. Meglio evitare.

Il suggerimento di Ghebreyesus affonda nelle più antiche tradizioni del sufismo, corrente islamica pacifica e tollerante particolarmente diffusa nell’Asia centrale. “La mano sul cuore – ha detto il direttore dell’Oms – è un bel modo per proteggere te stesso e gli altri dal coronavirus”.

La dolcezza insita in tale saluto sembra tuttavia poco accettabile negli usi e costumi occidentali, dove competizione e aggressività stanno alla base delle relazioni sociali e professionali. La stretta di mano, in fondo, deriva dalla volontà di mostrare all’altro di essere privo di pistola nella tasca: come a dire, “ti puoi fidare”. Ma sempre le armi sono sullo sfondo: molto, molto western.

Il saluto più elegante proviene ancora dall’Oriente, ossia il “namastè” di antica tradizione indù e assai diffuso nei paesi di cultura buddhista. Le mani appoggiate sui palmi l’una all’altra all’altezza del cuore, con un leggero inchino del capo, significano “saluto il Dio che è in te”, ma il gesto ha assunto nel tempo un significato più largo e oggi rappresenta la forma di saluto più comune.

In Italia il namastè ha conquistato una certa popolarità soprattutto grazie agli artisti, molti dei quali lo utilizzano sul palcoscenico in forma di ringraziamento verso il pubblico. Persino il linguaggio figurato proposto da Whatsapp ne ha fatto una forma di uso comune con lo stesso significato.

Per i gusti occidentali, tuttavia, il saluto all’orientale contiene qualcosa di troppo cerimonioso per poter dilagare nelle occasioni di socialità, formali o meno che siano. E comunque è raro che in Europa o negli Usa si assimilino comportamenti e modelli di derivazione non indigena.

Forse toccherà proprio al Covid obbligarci alla modifica di comportamenti quotidiani ai quali eravamo abituati. Il non contatto è intanto già entrato nelle chiese cattoliche nostrane, dove nel corso della messa lo scambio di un gesto di pace ora si pratica col distanziamento. I timori derivanti dalla consapevolezza di un possibile contagio mettono a dura prova i nostri slanci e le nostre passioni. Si tratterà di trovare forme alternative per praticare l’affettività. Già ora non è facile.




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