“Negli ultimi anni abbiamo imparato che la globalizzazione non è un percorso lineare, né inevitabile. Il commercio mondiale cresce, ma è cambiato il nostro sguardo: oggi cogliamo meglio fragilità, tensioni e squilibri, soprattutto per i sistemi industriali europei” secondo Roberta Anceschi, presidente di Confindustria Reggio Emilia.
Il riferimento, però, in questo caso non è alla crisi che si è aperta a fine febbraio con il conflitto scatenato da Stati Uniti e Israele nel Golfo Persico, “ma a criticità presenti da tempo. Tra queste, voglio ricordarne una: la sovraccapacità produttiva cinese, che rappresenta una questione critica. L’afflusso di prodotti a basso costo ma di qualità crescente, si pensi alle auto o agli elettrodomestici, rischia di mettere in difficoltà intere filiere, anche avanzate. Difendere l’industria è quindi necessario, non in chiave protezionistica ma per garantire regole eque nel commercio internazionale”.
L’Italia, secondo Anceschi, “ha tutte le carte per essere protagonista. I risultati dell’export, anche nel difficile 2025, confermano la forza di un sistema manifatturiero diffuso, diversificato e competitivo. Il Made in Italy resta sinonimo di qualità, innovazione e adattabilità”. In questo contesto si inserisce il sistema industriale reggiano, “esempio concreto di solidità grazie a imprese orientate all’export, capaci di innovare e costruire relazioni globali, ma anche particolarmente esposte alle tensioni internazionali”.
Per tutte queste ragioni, allora, “difendere la manifattura significa difendere lavoro e futuro. Per realizzare tutto ciò serve, in Europa come in Italia, una strategia chiara che sostenga le imprese e rafforzi la competitività. Diventa così fondamentale trovare un nuovo e diverso equilibrio tra disciplina di bilancio, capacità di investimento, regole. Questo perché vincoli troppo rigidi e un eccesso di regolazione rischiano di frenare crescita e transizione industriale. Occorre invece favorire investimenti e semplificazione normativa”.
In questo quadro, per Anceschi “è urgente affrontare nodi critici come il sistema Ets”: il riferimento è all’EU Emissions Trading System, il sistema europeo di scambio di quote di emissione di Co2, lo strumento cardine dell’Unione europea per la riduzione delle emissioni inquinanti.
Seppur “nato con intenti condivisibili”, per Confindustria Reggio “il meccanismo dei certificati verdi si è trasformato in un onere insostenibile che penalizza la nostra manifattura rispetto ai competitor globali. L’industria non può più permettersi di accettare un sistema che alimenta la speculazione finanziaria e alza artificialmente i costi energetici, drenando risorse preziose agli investimenti green”. Confindustria chiede dunque “una revisione radicale, o persino una sospensione temporanea del sistema, per salvaguardare la competitività dei settori energivori. Difendere l’ambiente non può significare rassegnarsi alla deindustrializzazione: serve un realismo nuovo che trasformi l’Ets da tassa ideologica a strumento di vero accompagnamento alla transizione”.
A queste esigenze, note da tempo, “si è sovrapposta la fase di forte incertezza internazionale, determinata dal richiamato conflitto in Medio Oriente, che incide proprio sui costi dell’energia nonché sulla stabilità dei mercati. In tale prospettiva la politica e le istituzioni europee devono cambiare registro. Devono accompagnare questa fase con scelte coerenti e lungimiranti infrangendo, se occorre, come in questo caso, anche consolidati tabù. Dobbiamo tutti prenderne atto: il mondo resta aperto e dinamico, ma diverso da quello di dieci anni fa. Dunque, affrontarlo con realismo e determinazione è essenziale, nella consapevolezza che l’industria continua e continuerà a essere il cuore della crescita. Non ci sono alternative”.







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