Una classe internazionale

classe nido infanzia Rodari Reggio Emilia – CoRE

Ho iniziato a lavorare nella scuola primaria a 18 anni e ho continuato per 42 anni. Ho trascorso più tempo con i bambini che con gli adulti. Ho conosciuto più di un migliaio di bambini tra i 6 e gli 11 anni. E alcune centinaia di bambini d’origine straniera. Ho insegnato sempre nelle scuole dell’Istituto comprensivo di Sant’Ilario d’Enza. Negli ultimi vent’anni le mie classi erano spesso composte da un terzo di alunni che avevano genitori nati in Emilia, un terzo che avevano i genitori nati nel sud Italia e un terzo con genitori di origine non italiana. Quasi tutti nati nello stesso luogo: l’ospedale di Montecchio.

Il tetto del 30% dei bambini stranieri in classe era stato già introdotto nel 2010 dal ministro all’Istruzione Gelmini, ma la legge era stata largamente disattesa. Impraticabile, come hanno rilevato, anche in questi giorni, i dirigenti scolastici. Il problema? La realtà. Meloni non tiene conto di come sono distribuiti gli stranieri nel nostro Paese. O in alcuni paesi della provincia. O in alcuni quartieri delle città. Sia perché tendono a formare comunità tra loro, sia per la crescente ghettizzazione. Dunque, che farne dei bambini in più? Portarli da un quartiere all’altro della città? O da un paese all’altro della provincia? E a spese di chi? Comuni? Stato? Genitori degli alunni? E in ogni caso, sarebbe sensato educare minori in scuole lontane dal loro contesto sociale? Si garantirebbe il diritto gratuito all’istruzione?

​Per questo il ministro dell’Istruzione e del Merito ha aggiustato il tiro: non sono da considerarsi alunni stranieri quelli che parlano la lingua italiana.

​C’è chi parla di pericolo di islamizzazione dell’Italia e dell’Europa. C’è chi parla di sostituzione etnica. Ne parlano degli adulti. Per bambini e ragazzi la cosa è diversa: sono già nati in un mondo interculturale. Non temono la perdita di un’identità italiana che non solo non hanno ancora acquisito a pieno e non sanno neppure cosa sia, ma che comunque non è quella di decenni e decenni di anni fa. Ci si trova piuttosto di fronte a identità spurie, nuove, ricche di sottili sfumature e inedite profondità. ​

​Una volta ho chiesto a tre alunni, uno di origine egiziana, uno di origine pakistana e uno di origine italiana, se notavano delle differenze tra di loro. Il bambino italiano ha risposto: loro due corrono più forte di me. Fine del discorso.

​Una bambina albanese mi ha chiesto: “Maestro, io sono nata a Montecchio, qui in Italia, sono immigrata o non immigrata?”. Le ho risposto: “No, non sei immigrata, perché sei nata in Italia e se sei nata in Italia, per me, sei italiana”.

​Per me la presenza di alunni figli di genitori stranieri o meridionali, se conoscevano la lingua italiana, non è mai stato un problema, ma, al contrario, una ricchezza.

​Anzi, credo che la presenza di un solo bambino di origine straniera in classe abbia svecchiato la scuola italiana più di tanti inutili decreti e circolari ministeriali. Perché ha posto a docenti, dirigenti e alunni una serie di domande importanti e mai poste prima. Maestro, ma non esiste solo la nostra religione? Maestro, perché Mohamed non mangia carne di maiale? Perché Gorav è vegetariano? Come è il loro Dio? Perché Kadija si veste in modo diverso dal nostro? Domande che hanno costretto docenti e scuola ad aggiornarsi, ad aprire la propria visione. Ad accettare il pluralismo. A insegnare in modo più efficace democrazia, inclusione, tolleranza, rispetto, multiculturalità, condivisione, comprensione.

​Un mio alunno mi ha chiesto: “Perché nella nostra classe ci sono anche bambini stranieri?”. Gli ho risposto facendogli notare che anche nelle squadre di calcio italiane più forti ci sono sia giocatori italiani che stranieri. E questo avviene in tutte le altre migliori squadre d’Europa e del mondo. E ho concluso: “Nella nostra classe ci sono tanti alunni diversi perché noi siamo una classe internazionale. Siamo più forti di tante altre classi”. E tutti gli alunni erano orgogliosi di far parte di una classe internazionale – sia gli emiliani, sia i meridionali, sia gli stranieri. E tutti riconoscevano in questa pluralità un valore importante. Una fortuna. Non solo: una felicità.

​Quasi sempre ho trovato da parte dei genitori stranieri una grande attenzione verso i docenti, a cui riconoscono autorevolezza. E grande fiducia nella scuola pubblica come strumento per tentare di dare ai loro figli una vita migliore della loro. La maggioranza dei genitori italiani, invece, ha perso fiducia verso la scuola pubblica e gli insegnanti, a cui non riconosce più alcuna autorevolezza.

Se io dico a un genitore di un alunno straniero che suo figlio si è comportato in modo sbagliato con i suoi compagni, il genitore straniero concorda con il docente e sgrida suo figlio. Se invece dico la stessa cosa a un genitore italiano, spesso si trasforma in sindacalista del figlio, mette in discussione le mie affermazioni, non riconoscendomi né autorevolezza, né esperienza, a volte neppure sincerità. I genitori degli alunni stranieri si comportano oggi come i nostri genitori quando noi eravamo bambini. I genitori italiani, spesso, no. Rompendo quel patto educativo che sta alla base di ogni processo di apprendimento e di educazione.




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