Antenne per la telefonia mobile, lettera aperta dell’assessora Bonvicini: “I Comuni non possono pianificare gli impianti”

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Carlotta Bonvicini, assessora alle politiche per la sostenibilità del Comune di Reggio, ha scritto una lettera aperta per sottolineare alcuni aspetti relativi al tema delle antenne per la telefonia mobile, al centro di numerose polemiche negli scorsi mesi e anni per il loro numero e la loro collocazione.

“Gentile direttore, ho ritenuto utile scrivere questa lettera aperta per sottolineare un disagio che molti pubblici amministratori stanno vivendo rispetto a un tema che tocca tanti cittadini in prima persona, ovvero quello della rapida e puntuale crescita delle richieste di implementazione delle cosiddette stazioni radio base (antenne) di telefonia mobile. Ci troviamo in una fase storica di transizione tra diverse tecnologie: si parla di 5G ma ancora si diffonde il 4G; si parla delle grandi funzionalità che il 5G potrà portare, ma ancora non è chiaro quale sarà la modalità più semplice per diffondere il segnale, se mediante le stesse infrastrutture che conosciamo oggi o se con una più capillare distribuzione delle stazioni.

Una cosa però è certa: ai cittadini le antenne non piacciono. Salvo rare eccezioni, in cui si riesce a collocarle sui tetti dei palazzi (gli stessi cittadini sono spesso riluttanti ad accettare soluzioni di questo tipo), vengono progettate sulla sommità di pali di un’altezza variabile tra i 30 e i 35 metri, che per rispondere alle esigenze di connettività sono spesso collocate nelle aree più densamente popolate e quindi vicino alle case. Se una volta gli operatori erano principalmente tre, ora assistiamo a una proliferazione di aziende, spesso in competizione tra loro, che sviluppano i propri piani industriali indipendentemente gli uni dagli altri, con dati spesso non divulgabili.

Da un punto di vista economico, poi, se una volta gli enti comunali potevano percepire dai 10.000 ai 15.000 euro di canone di affitto annuo per l’occupazione di suolo pubblico, che poteva essere utilizzato in vario modo, anche per investire – con una sorta di compensazione – nei quartieri toccati dall’infrastruttura, da gennaio 2022 la normativa nazionale, nonostante i pareri contrari di molte amministrazioni e di Anci, ha imposto un canone massimo di 800 euro annui. Per rendere l’idea: in un Comune come il nostro questo ha generato un mancato introito di oltre 420.000 euro nel 2022 (la variazione di canone ha avuto effetto diretto anche sulle concessioni già in essere, non solo su quelle di nuova stipula).

Ad oggi nel Comune di Reggio Emilia è in vigore un regolamento “per l’installazione e l’esercizio degli impianti di telecomunicazione per telefonia mobile” risalente al 2005, già ampiamente superato da una normativa regionale e nazionale molto meno restrittiva e quindi per questo impugnabile dai gestori. Perciò si sta procedendo a un suo aggiornamento per renderlo da un lato meno contraddittorio rispetto alla normativa sovraordinata, dall’altro più efficace nel rispondere alle necessità della città. Sfida però altamente difficile, per non dire impossibile, poiché già oggi questo tipo di servizio, riconosciuto come necessità strategica per lo sviluppo del Paese, vede la costruzione delle infrastrutture che ne permettono la diffusione equiparate a opere di urbanizzazione primaria. Con l’unica differenza che si tratta dell’unico caso di infrastruttura di pubblica utilità in cui un ente pubblico non riesce a essere soggetto pianificatore del proprio territorio, ma è il solo soggetto privato il titolato a decidere luoghi e modalità di attuazione dei manufatti.

Ci troviamo in un momento particolare in cui molti gestori si stanno staccando dalle infrastrutture esistenti per creare nuovi pali (ogni operatore vorrebbe il suo): questo comporta inevitabilmente un sovraccarico eccezionale di richieste e lavoro per la pubblica amministrazione. Questo Comune riceve in media una richiesta di installazione al giorno, fungendo da mero collettore di pareri, la maggior parte dei quali non vincolanti (faccio un esempio: all’atto della protocollazione della nuova richiesta scattano i 90 giorni atti a formulare un parere; in assenza di quest’ultimo la richiesta deve essere autorizzata in silenzio assenso). Non sempre i gestori interloquiscono con le pubbliche amministrazioni rispetto alle aree di ricerca, anzi, spesso si accordano direttamente con i privati e il Comune riceve un progetto fatto e finito su area privata che, salvo particolari problematiche o vincoli, è costretto ad autorizzare.

La principale criticità che vedo in questo scenario è l’impatto urbanistico e architettonico dei manufatti e la deriva che questo meccanismo ha preso, con automatismi che determinano l’impossibilità di pianificare il territorio come si vorrebbe, oltre che di valutare l’impatto visivo di pali di 32 metri in città, che dovrebbero invece essere inseriti maggiormente in un contesto urbano di qualità. Mi preoccupa la velocità con cui questo avviene e la difficoltà nello stare al passo da parte di una pubblica amministrazione con risorse professionali e competenze troppo limitate rispetto alle nuove necessità e ai progressi di mercato e tecnologie.

In questi giorni poi, per rincarare la dose di complessità, in Parlamento – attraverso il ddl Concorrenza e i suoi emendamenti – si sta lavorando a una strategia opposta alla direzione che le amministrazioni locali si augurerebbero fosse seguita, ovvero alla completa deregolamentazione di questo tipo di infrastrutture. Cito i principali contenuti degli emendamenti: eliminazione del criterio di minimizzazione dell’esposizione dai regolamenti comunali; cancellazione del concetto di sito sensibile; asservimento dei regolamenti comunali alle procedure amministrative semplificate previste nel Codice delle comunicazioni; obbligo per i Comuni di espropriare aree e/o edifici di proprietà privata su richiesta per potervi realizzare nuove torri; eliminazione del parere paesaggistico, della perizia sismica, del collaudo delle torri per tutta una serie di strutture; innalzamento dei limiti di esposizione ai campi elettromagnetici ai valori europei (per alcune frequenze da 6 a 61 volt su metro).

In un contesto come questo e nonostante la mia fiducia verso il progresso scientifico e tecnologico, lascio ai cittadini valutare come sia difficoltoso pensare di gestire la realizzazione di queste infrastrutture in modo strutturato o addirittura concertato con la popolazione. Faccio appello agli enti sovraordinati e al Parlamento perché si ricordino sempre la ricadute che le norme hanno sui territori e sul buon governo degli enti locali”.



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