Iniziai a frequentare le feste in casa dell’avvocato Giulio Cesare Bonazzi nella prima metà degli anni Ottanta grazie ai primi miei articoli apparsi sulla Gazzetta di Reggio di allora (testata risorta da poco e subito svuotata di mezza redazione per cercare di ucciderla nella culla dal monopolio del Resto del Carlino, il che spalancò le porte a noi ragazzetti a tempo pieno ovviamente abusivi e senza contratto, ma probabilmente bravi e soprattutto entusiasti).
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Ricevetti una telefonata in redazione e venni incaricato di occuparmi della colonna sonora. Con una richiesta specifica: "The woman in red", con co-protagonista l’allora sex-symbol Kelly LeBrock, e l’indimenticabile hit di Stevie Wonder "I just called to say I love you".
Dimenticatevi le feste tradizionali del prima e del dopo, i locali, le discoteche, oppure i noiosissimi conviviali eleganti. A casa Bonazzi – lo percepivi appena entrato – dominava il senso di una cultura poetico-teatrale abbinata a eccellenti menù e vini adeguati in cui il divertissement usciva dalla codificazione teorica per tradursi in un raffinato baccanale di lusso, laddove il lusso ancora non si era trasformato in trash, ma viceversa elevava l’espressione artistica – fosse musicale, teatrale, poetica, pittorica, comunque sperimentale – a paradigma universale del senso della convivenza.
Per la sfortuna dei vicini del piano di sotto, devoti Testimoni di Geova e dunque conduttori di una pratica esistenziale morigerata – ai tempi l’Avvocato viveva in una ampia mansarda in centro storico – il climax della festa coincideva con il momento in cui il genio patafisico di Corrado Costa, di norma star delle serate, si traduceva in performance di creazioni multidisciplinari attinte dalla notevole formazione umanistica del personaggio.

Ne derivarono serate e nottate epiche, incomprensibili ai più della Reggio sonnolenta e un po’ cupa di allora, tali da trasformarsi in cortei notturni a lume di candele, recite di poesie in grado antico che sorprenderebbero oggi un’Andrea Marcolongo, coreografie improvvisate di ballerine e ballerini di un’Aterballetto irraggiungibile (ebbene Costa sostenesse che l’allora probabilmente meritato titolo di "capitale della danza", Reggio lo meritasse in quanto la danza è arte muta). E ciò avvenne innumerevoli volte, quando ancora nel corso della lunga e fortunata carriera forense il moltiplicarsi degli impegni costringessero il Nostro a balzi mortali soprattutto nella gestione degli orari (Bonazzi, scuola Gianni Agnelli, alle 6 del mattino al più tardi è al lavoro in studio).
Benedetto dalla sorte che gli ha regalato uno charme invidiato dagli uomini e affascinante per le donne, l’Avvocato è tuttora solito sfoggiare mocassini alla moda, calzini multicolor firmati Paul Smith, giacche e cappottini degli stilisti all’avanguardia. Ma al di là dei successi professionali e di un’immagine pubblica consolidata in uno tra gli studi più prestigiosi dell’area emiliana, ciò che distingue GCB è quello spirito di amichevole schiettezza che lo accompagna a ogni evento.
Domenica scorsa – Villetta di Bibbiano, ristorante "costiano" per eccellenza, dove la tradizione significa non cedere mai ad alcuna seduzione della moda – un gruppo di amici storici ha festeggiato il compleanno dell’Avvocato (il quale tiene a che se ne riveli il numero: 74, di modo che si possa sussurrare "mannaggia, come li porta bene).
E a fare da protagonisti durante il convivio due idoli della Bassa in musica, le glorie di Gualtieri Pinòn e Fernando, 177 anni in due, a voce, chitarra e mandolino. Visionare per credere.






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