Camillo Ruini appartiene a quella generazione di ecclesiastici italiani che non hanno semplicemente attraversato la seconda metà del Novecento cattolico, ma ne hanno ridisegnato l’architettura del potere. Per oltre quindici anni, tra il tramonto della Prima Repubblica e l’inizio del nuovo secolo, il cardinale emiliano è stato il volto pubblico della Chiesa italiana: non soltanto presidente della CEI, ma interprete politico, culturale e persino antropologico del cattolicesimo nazionale.
Nato a Sassuolo il 19 febbraio 1931, dentro quella pianura emiliana dove la tradizione cattolica conviveva con la più forte presenza comunista d’Europa, Ruini portò sempre con sé una doppia impronta: il rigore teologico romano e il pragmatismo della provincia emiliana. La sua formazione si compì tra il seminario di Reggio Emilia e la Gregoriana di Roma; ma il suo apprendistato pastorale e culturale nacque soprattutto nella diocesi reggiana, dove insegnò filosofia e teologia per quasi trent’anni, occupandosi di Azione cattolica, laici, scuola e pastorale giovanile.
Prima ancora di diventare un principe della Chiesa, Ruini fu infatti un educatore. Negli anni Sessanta e Settanta, quando il cattolicesimo italiano perdeva centralità sociale e i giovani si allontanavano dalle strutture tradizionali, lavorò soprattutto nei luoghi della formazione: università, associazionismo, scuola. Fu presidente della Consulta diocesana per la pastorale scolastica e assistente dei Laureati cattolici, convinto che la Chiesa dovesse tornare a misurarsi con il terreno culturale prima ancora che con quello strettamente politico.
La svolta arrivò con Giovanni Paolo II. Wojtyła comprese rapidamente che quel sacerdote emiliano, riservato nei modi ma lucidissimo nell’analisi, possedeva la qualità che più serviva alla Chiesa postconciliare: la capacità di trasformare un orientamento spirituale in una linea pubblica. Lo nominò vescovo ausiliare di Reggio e Guastalla nel 1983, poi segretario generale della Cei nel 1986, infine presidente della Conferenza episcopale nel 1991. Nello stesso anno lo volle cardinale e vicario di Roma.
Da quel momento, Ruini divenne il vero baricentro del cattolicesimo italiano. Nessun presidente della Cei, prima o dopo di lui, ha esercitato un’influenza comparabile sul dibattito pubblico nazionale. Negli anni della dissoluzione democristiana, mentre la politica italiana perdeva i propri riferimenti storici, fu lui a costruire la strategia del “nuovo protagonismo cattolico”: non un partito confessionale, ma una presenza trasversale capace di incidere sui grandi temi etici e civili.
Le sue prolusioni ai vescovi italiani erano lette come documenti politici oltre che ecclesiali. Bioetica, famiglia, scuola, laicità, fecondazione assistita: per oltre un decennio, la voce di Ruini pesò nelle istituzioni italiane quasi quanto quella dei leader di governo. Era il tempo in cui la Cei smise di essere soltanto una struttura pastorale per diventare un soggetto culturale organizzato, dotato di linguaggio, strategia e influenza mediatica.
Il suo rapporto con Giovanni Paolo II fu molto più di una collaborazione gerarchica. Ruini rappresentò in Italia la traduzione più coerente del pontificato wojtyliano: una Chiesa minoritaria nei numeri, forse, ma non disposta a ritirarsi dalla sfera pubblica. Entrambi diffidavano dell’idea di un cattolicesimo puramente intimista o ridotto a testimonianza privata. Entrambi ritenevano che la crisi dell’Occidente fosse anzitutto una crisi antropologica e culturale.
Non a caso, Ruini investì enormemente sul cosiddetto “Progetto culturale” della Cei: un tentativo di ricostruire una presenza intellettuale cattolica dentro un’Italia ormai secolarizzata. Era una visione alta, e insieme controversa, perché rompeva con la prudenza diplomatica di larga parte dell’episcopato italiano del dopoguerra.
Eppure, anche nei palazzi romani, Ruini rimase in fondo un uomo dell’Emilia. Conservò il tratto sobrio della provincia reggiana, il gusto per l’argomentazione razionale più che per l’enfasi pastorale, una certa disciplina quasi padana del pensiero. Quando tornava a Reggio Emilia o a Sassuolo, ritrovava quel cattolicesimo emiliano fatto di studio, organizzazione e impegno civile che aveva plasmato la sua personalità ecclesiale.
Con lui si chiude, probabilmente, l’ultima stagione della Chiesa italiana capace di esercitare una vera egemonia culturale nel Paese. Dopo Ruini, il cattolicesimo nazionale avrebbe scelto toni diversi: meno identitari, meno conflittuali, più pastorali. Ma nessuno potrà negare che, tra gli anni Novanta e Duemila, il cardinale emiliano sia stato uno degli uomini più influenti d’Italia, ben oltre i confini ecclesiastici.
Ruini non è stato un semplice interprete del potere della Chiesa: ne è stato uno degli ultimi costruttori sistematici. E forse proprio questa, oggi, appare la cifra storica più significativa della sua lunga parabola.






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