Tetto agli stranieri in classe, Mahmoud: “Io assessora proprio grazie alla scuola italiana”

Marwa Mahmoud alla scuola primaria Boiardo Reggio Emilia – FBCoRE

“Sono diventata assessora all’educazione proprio grazie alla scuola italiana”. Parola di Marwa Mahmoud, assessora alle politiche educative del Comune di Reggio Emilia, che in un lungo post pubblicato su Facebook ha commentato l’intenzione del governo Meloni di introdurre un limite di legge – ancora non ben definito – al numero di studenti e studentesse di nazionalità straniera nelle classi scolastiche.

“Questa è la mia classe delle primarie – di prima elementare – a Reggio Emilia”, scrive Mahmoud, allegando una foto di allora: “Solitamente non amo pubblicare elementi della mia storia personale, ma credo che quando si parla di scuola sia importante raccontare le storie di vita, di emancipazione e di crescita personale che ognuna e ognuno di noi ha vissuto in prima persona”.

Marwa Mahmoud alla scuola primaria di Massenzatico
“Sono diventata assessora all’educazione proprio grazie alla scuola italiana. Per me e per la mia famiglia è stata la prima leva di emancipazione e di riscatto sociale, il posto dove abbiamo costruito un senso di appartenenza nella città in cui eravamo arrivati. Sono arrivata a Reggio molto piccola (a 4 anni, ndr) e ricordo ancora la fatica dei primi colloqui a scuola. Le mie insegnanti hanno subito messo in campo progetti e disponibilità e hanno provato a fare tutto il possibile perché la mia famiglia si sentisse parte della classe e della comunità. Le ringrazio ancora, a distanza di tanti anni”.

Nella foto, evidenzia l’assessora, “sono l’unica bambina con un background internazionale”, ma “le classi di oggi sono diverse, chi arriva oggi vive una situazione differente da quella che ho vissuto io. La complessità culturale che le scuole gestiscono ogni giorno esiste e va riconosciuta. Ieri ad Amatrice il presidente Mattarella ha definito la scuola ‘la più efficace leva di integrazione’, per chi arriva da altri Paesi e per le ragazze e i ragazzi nati in Italia da genitori emigrati. La scuola è il primo laboratorio di accoglienza di una città: il posto dove bambine e bambini con storie diverse crescono insieme, e dove le loro famiglie si incontrano ai colloqui e davanti al cancello all’uscita. Lì nasce la fiducia che tiene insieme un’intera comunità”.

“Ma la politica di questo governo, come sappiamo bene, vive di proclami e propaganda, evitando sempre di affrontare i problemi reali del paese”, accusa Mahmoud: “Qualche giorno fa Giorgia Meloni ha annunciato la volontà di approvare una legge sul numero massimo di studenti stranieri per classe. Prima di fissare un tetto, però, bisogna sapere chi ci rientra. Per lo Stato italiano è straniero chi non ha la cittadinanza italiana: nell’anno scolastico 2024/25 sono 931.323 alunne e alunni, l’11,6% di chi sta sui banchi, con forti differenze tra Regioni, e internamente tra città e province. Due su tre sono nati in Italia, mentre nella scuola dell’infanzia la quota sale all’81%. Parlano italiano con l’accento dei loro compagni e restano stranieri per una legge sulla cittadinanza ferma da più di trent’anni”.

Accanto a loro, ricorda l’assessora, “ci sono ragazze e ragazzi arrivati da poco, con bisogni e necessità differenti. La premier li mette tutti nella stessa percentuale, perché un numero grande fa più rumore di una risposta seria e competente. La complessità non paga quanto la paura. Un tetto che tra l’altro esiste già. Dal 2010 la circolare Gelmini fissa il limite del 30% per gli alunni con poche basi di italiano, e ogni anno gli uffici scolastici concedono deroghe a moltissime classi: le famiglie abitano e lavorano in quei quartieri. In Emilia-Romagna gli alunni senza cittadinanza italiana sono il 18,4%, la quota più alta del Paese”.

Il nodo, per Mahmoud, è anche linguistico: “Il Ministero ha messo in campo 937 insegnanti di italiano L2 per tutta Italia, circa uno ogni mille alunni con cittadinanza non italiana. Con il decreto Cutro il governo ha tolto i corsi di italiano dai centri di accoglienza, e adesso la premier vuole obbligare i genitori a imparare l’italiano. Le chiedo dove dovrebbero studiarlo, visto che sono stati proprio loro a picconare il sistema d’inclusione attiva e di accoglienza”.

La mediazione linguistica e culturale nelle scuole “la pagano direttamente i Comuni”, sottolinea Mahmoud: “A Reggio investiamo 43.000 euro l’anno nella rete Diritto di Parola, le associazioni di volontariato che insegnano italiano a ragazzi, genitori e nonni. D’estate, con Mondinsieme e il progetto Tra i Banchi d’estate, accompagniamo studentesse e studenti appena arrivati prima dell’inizio delle lezioni. Un Comune può tamponare, ma la strategia nazionale deve scriverla il Ministero, con le risorse necessarie”.

Poi, aggiunge, “ci sono problemi che riguardano tutte le scuole, il personale, tutte le bambine e i bambini, italiani e non. Dal 2015 gli stipendi reali delle maestre italiane sono scesi del 4,4%, mentre nella media dei Paesi Ocse sono cresciuti del 14,6%. L’Italia spende per l’istruzione il 3,9% del Pil, la media Ocse è il 4,7%. Su questo, domenica, non ho sentito proposte”.

Per questo, conclude Mahmoud, “invito la presidente del Consiglio a visitare le scuole italiane, le scuole emiliane e reggiane, prima di mettere mano a un decreto. Separare le bambine e i bambini vuol dire togliere loro la partecipazione e l’immersione in una lingua diversa dalla propria. Io sono cresciuta in una classe come questa, accanto ai miei compagni e alle mie compagne. Stare insieme ogni mattina sugli stessi banchi fa crescere la coesione di tutta la comunità educativa, per chi arriva e per chi c’era già. Eliminare questo punto d’incontro significa contribuire ad aggravare le complessità e le differenze, la paura e le divisioni. Proprio i temi che il governo dice di voler combattere”.



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