Il caso Reggio Children torna sulla stampa americana. A quasi un mese dalla cancellazione della visita di una settantina di educatori ebrei statunitensi, la vicenda approda su FrontPage Magazine, rivista della destra conservatrice, con un articolo di Hugh Fitzgerald pubblicato il 4 novembre. Il titolo è durissimo: “A Reggio Emilia gli ebrei non sono benvenuti se non denunciano lo Stato ebraico“.
La testata, legata al David Horowitz Freedom Center, è nota per le sue posizioni militanti e fortemente filoisraeliane: non si tratta insomma di un quotidiano generalista né di una fonte politicamente neutrale. L’articolo conferma tuttavia che la controversia reggiana continua a circolare negli Stati Uniti, ben oltre gli ambienti pedagogici nei quali è nata.
Fitzgerald ripercorre la cancellazione dello study tour organizzato dal Paradigm Project, dopo le polemiche sulla dichiarazione politica relativa alla guerra di Gaza richiesta agli educatori ebrei. Riprende inoltre l’intervento di Michele San Pietro, cittadino reggiano che ha criticato duramente il comportamento delle istituzioni locali.
Al centro della vicenda resta una contraddizione mai completamente chiarita. Il sindaco Marco Massari aveva inizialmente negato che fosse stata chiesta una presa di distanza formale da Israele. Ma una registrazione trasmessa dal Tg3 Emilia-Romagna ha documentato parole ben diverse della presidente di Reggio Children, Maddalena Tedeschi, pronunciate il 6 ottobre davanti ad alcuni genitori: “Dobbiamo recuperare dichiarazioni di lontananza da guerra, genocidio etc, sennò se non firmano non vengono”.
Non una generica adesione ai valori della pace, dunque, ma il riferimento esplicito a dichiarazioni individuali da sottoscrivere prima dell’arrivo delle delegazioni. Tedeschi ha successivamente sostenuto che quelle ipotesi non furono formalizzate. Resta il fatto che la registrazione smentisce l’iniziale rappresentazione di una vicenda nata soltanto da incomprensioni.
Il 15 ottobre lo stesso Massari ha dovuto correggere la propria posizione, riconoscendo pubblicamente che era stato un errore cercare una dichiarazione condivisa su Gaza e sui territori occupati. Ha precisato che l’ipotesi era stata successivamente abbandonata e ha presentato le proprie scuse a chi non si era sentito accolto. Un’ammissione che ha ridimensionato la precedente smentita, senza cancellare le responsabilità nella gestione della vicenda.
La controversia aveva già provocato la reazione congiunta di cinque importanti organizzazioni ebraiche statunitensi, tra cui l’Anti-Defamation League e l’American Jewish Committee. Le associazioni avevano denunciato pressioni politiche e atteggiamenti antisemiti, chiedendo scuse pubbliche, garanzie di parità di trattamento e una revisione della Carta per un’educazione democratica e partecipata.
L’articolo di Fitzgerald non aggiunge nuove testimonianze o decisioni istituzionali. È un intervento d’opinione che riprende accuse già conosciute, con una lettura apertamente schierata del conflitto israelo-palestinese. Ma segnala che la questione non si è esaurita con le scuse del sindaco.
Il nome di Reggio Emilia continua dunque a comparire nel dibattito americano sull’antisemitismo. Una controversia nata attorno a una visita di formazione coinvolge ormai la reputazione internazionale di Reggio Children e, indirettamente, quella di una città che ha costruito proprio sull’educazione una parte importante del proprio prestigio.






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