Emilia

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Non esiste cantautore che abbia raccontato l’Emilia meglio di Francesco Guccini. Siamo una terra di artisti, cantanti, autori, e molti di loro hanno reso grande e indimenticabile la propria opera ben oltre i confini locali. Ma se dell’Emilia esiste un racconto, un ethos, una profondità, una cultura antropologica, tutto questo si ritrova nella poetica del Maestrone, che in una carriera lunghissima ha aperto un mondo ai suoi contemporanei e a chi è venuto dopo.

Umberto Eco scrisse che Guccini era il più colto tra i cantautori italiani. Solo lui, disse, aveva avuto il coraggio di mettere in rima «amare» con «Schopenhauer». Una battuta perfetta perché coglieva qualcosa di essenziale. I capolavori di Guccini non stavano nella musica. Bastavano la sua chitarra, una bottiglia di vino, Flaco sul palco. Stavano nelle parole.

Parole che diventavano racconti. Storie colte e popolari, pubbliche e private, politiche e intime, senza scadere nel sentimentalismo. Guccini poteva parlare di Auschwitz e di un amore finito, di anarchici e di osterie, di Bisanzio e di una ragazza incontrata molti anni prima. Cambiavano i personaggi, non cambiava lo sguardo.

Giorgio Gaber disse una volta che scrivere tredici strofe per una canzone come La locomotiva richiedeva uno sforzo autoriale e fisico al di sopra del possibile. Ed è vero: quella canzone è un poema popolare prima ancora che una canzone politica. Nell’anarchico che corre lungo la ferrovia emiliana contro il treno dei signori ciascuno di noi, politica a parte, sente riflettersi qualcosa di sé. Un’azione, una rivolta, una follia dentro quella campagna padana piatta e generosa.

È qui che Guccini diventa Emilia.

Non perché la celebri. La conosce troppo bene. Ne conosce le nebbie, le osterie, le stazioni, i paesi, le case lungo la via Emilia, le montagne che guardano altrove. Conosce soprattutto gli esseri umani che la abitano: comunisti e anarchici, vecchi e ragazzi, osti, emigranti, professori, perdenti, donne amate e perdute. Gente che parla, beve, discute di politica, ricorda, bestemmia, legge libri, invecchia.

L’Emilia di Guccini non è quella delle cartoline gastronomiche e neppure quella, successiva, dei motori, dei grandi eventi, della Food Valley. È un’Emilia più antica e profonda. Contadina e operaia, comunista e cattolica, materialista e attraversata da un bisogno oscuro di assoluto. Una terra dove il benessere sarebbe arrivato in fretta, ma dove sopravvivevano le memorie della fame, della guerra, della Resistenza, dell’emigrazione.

Guccini nasce a Modena, cresce a Pavana, vive Bologna. Tre luoghi che diventano le coordinate della sua geografia interiore: la città, l’Appennino, la pianura. In mezzo la via Emilia, non soltanto una strada ma una linea narrativa che collega mondi, dialetti, fabbriche, campagne, stazioni, trattorie, sezioni di partito, università.

E poi Bologna. Gli studenti, le osterie, la politica, le discussioni interminabili. Ma nei suoi testi il mito viene sempre disturbato da qualcosa di concreto: un bicchiere, una stanza, una strada, una donna. E dal tempo. Perché il tempo è il grande protagonista della sua opera. Consuma gli amori, trasforma gli ideali, cambia le città, rende estranei a se stessi. Radici, Incontro, Canzone per Piero, Eskimo: Guccini guarda indietro senza chiedere al passato di tornare. La memoria serve a capire ciò che il tempo ha depositato dentro di noi.

Anche per questo la sua Emilia non coincide con quella politica. La sinistra, l’anarchia, la Resistenza, il Sessantotto ci sono, ma sotto le appartenenze emerge qualcosa di più antico: la diffidenza verso il potere, il gusto della discussione, l’ironia verso chi si prende sul serio, una ruvida solidarietà, il piacere della tavola e del vino. Altri artisti emiliani hanno conquistato platee immense, venduto milioni di dischi, inventato linguaggi, raccontato generazioni. Guccini ha fatto qualcosa di diverso. Ha dato parole a una terra.

Prima che diventasse un brand. Prima dell’Emilia raccontata attraverso i tortellini, la Ferrari, il Parmigiano Reggiano, le classifiche sulla qualità della vita e il mito della regione efficiente, c’era quella terra lunga e nebbiosa attraversata dalla ferrovia. Paesi, officine, montagne, bar, sezioni, università. Persone convinte che una discussione potesse durare una notte e che valesse la pena perdere tempo per un’idea. Quel mondo è in gran parte scomparso. Per sapere com’era non basta un libro di storia. Possiamo ancora ascoltare Guccini.

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nicolafangareggi.substack.com




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