La politica estera rischia di diventare il punto sul quale il campo largo può rompersi prima ancora di nascere. La giornata parlamentare di oggi ha allargato una frattura già evidente tra Partito democratico e Movimento 5 Stelle, portandola dentro lo stesso Pd.
Alla Camera Pd, M5S e Alleanza Verdi e Sinistra hanno presentato una risoluzione comune dopo le comunicazioni del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti sull’utilizzo delle clausole europee di salvaguardia per energia e difesa. Il testo chiede al governo di non destinare i nuovi margini di bilancio alle spese militari e di utilizzare le risorse per interventi sociali, sanitari ed energetici. Nelle premesse compare anche la richiesta di “riconsiderare radicalmente gli impegni di spesa assunti in sede Nato”.
È quest’ultimo passaggio, insieme al rifiuto di nuovi investimenti militari, ad avere provocato la reazione dell’area riformista del Pd.
Lorenzo Guerini, Lia Quartapelle, Filippo Sensi e altri esponenti dem hanno preso apertamente le distanze dal documento. Sensi aveva annunciato che, se il testo fosse rimasto invariato, i riformisti non lo avrebbero votato. Guerini ha confermato in aula che la risoluzione restava per lui “non condivisibile”.
La resa dei conti formale è stata evitata dal regolamento parlamentare. La risoluzione Pd-M5S-Avs non è stata messa ai voti perché preclusa dall’approvazione precedente di altri testi. La divisione politica, però, è rimasta intatta. E si è manifestata negli altri voti: Guerini, Quartapelle, Piero Fassino, Virginio Merola e altri riformisti dem hanno sostenuto gli impegni contenuti nelle risoluzioni di Più Europa e Italia Viva favorevoli all’utilizzo del fondo europeo Safe per gli investimenti comuni nella difesa.
La distanza dalla linea di M5S e Avs è dunque sostanziale.
Il problema arriva dopo lo scontro dei giorni scorsi sull’Ucraina. Giuseppe Conte ha annunciato che il Movimento 5 Stelle non intende più votare nuovi invii di armi a Kiev e ha indicato il tema come uno dei punti da sottoporre agli elettori nelle eventuali primarie della coalizione. Una prospettiva respinta da Elly Schlein: prima deve essere definito il programma comune, ha replicato la segretaria dem, e soltanto dopo si potrà scegliere chi dovrà guidare l’alleanza.
Ma proprio il programma comune appare oggi il problema.
Il Pd mantiene una linea europeista e atlantica, sostiene l’Ucraina e al suo interno conserva una componente consistente favorevole al rafforzamento della difesa europea. Il M5S di Conte ha invece progressivamente irrigidito la propria opposizione agli aiuti militari a Kiev e al riarmo, mentre Avs si colloca su posizioni ancora più nette contro l’aumento delle spese per la difesa.
La risoluzione comune di oggi avrebbe dovuto mostrare la possibilità di una sintesi. Ha prodotto l’effetto contrario: per raggiungere l’intesa con M5S e Avs, il Pd ha sottoscritto un documento che una parte dei propri parlamentari ha dichiarato di non poter votare.
Non si tratta più di una divergenza marginale da rinviare alla campagna elettorale. Ucraina, Nato, difesa europea, Safe e aumento delle spese militari riguardano la collocazione internazionale dell’Italia. Un eventuale governo di centrosinistra dovrebbe decidere su questi dossier dal primo giorno.
Ed è qui che la costruzione del campo largo incontra il suo limite più serio. Sulle politiche sociali, sul lavoro, sulla sanità o sulla critica al governo Meloni le distanze possono essere ricomposte attraverso una mediazione programmatica. In politica estera la mediazione è più difficile, perché prima o poi occorre votare.
La giornata della Camera lo ha dimostrato. Il voto che avrebbe certificato la spaccatura sulla risoluzione comune è stato evitato per ragioni procedurali. Quelli sugli altri documenti hanno però mostrato che nel Pd esiste una componente pronta a distinguersi dalla linea concordata con Conte.
Per Schlein il problema diventa quindi doppio. Deve tenere insieme il rapporto con il M5S, indispensabile per costruire una coalizione competitiva contro il centrodestra, e nello stesso tempo evitare che l’intesa con Conte sposti il Pd su posizioni incompatibili con la sua tradizione europeista e atlantica.
Conte, da parte sua, non sembra intenzionato ad attenuare la propria linea. Anzi, trasformando lo stop agli aiuti militari all’Ucraina in uno dei temi identitari del Movimento, rende più costosa qualsiasi futura mediazione.
Il campo largo continua a esistere come prospettiva elettorale. Ma sulla politica estera, oggi, non esiste ancora come coalizione di governo.






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