È un vero e proprio grido d’allarme (ma c’è anche un importante pacchetto di proposte) quello emerso dall’incontro che ha visto protagonisti i giovani viticoltori associati a Emilia Wine, il presidente del gruppo Davide Frascari, l’assessore regionale ad agricoltura e agroalimentare Alessio Mammi e il direttore di Confcooperative agroalimentare dell’Emilia-Romagna Paolo Bono.
Un confronto, alla presenza anche degli esponenti delle organizzazioni del mondo agricolo, che arriva in uno dei momenti di maggior difficoltà per il settore vitivinicolo: un quadro a tinte fosche tratteggiato in sequenza da Andrea Zaldini (coordinatore del gruppo giovani soci di Emilia Wine), Matteo Barbieri, Matteo Messori e Yuri Zanotti, esponenti di quei giovani viticoltori che hanno partecipato in massa all’evento organizzato da una delle più importanti realtà di settore per Confcooperative Terre d’Emilia, con 434 soci e due strutture di trasformazione nel reggiano.
Costi nei vigneti definiti “fuori controllo”, difficoltà nel reperire manodopera, invecchiamento degli addetti e degli impianti a vite, calo sensibile dei consumi e, soprattutto, quotazioni che non consentono di coprire i costi di produzioni: sono questi i capitoli più delicati di una storia di eccellenze, imprese agricole, cooperazione e territorio che, secondo i relatori, potrà continuare solo se interverranno importanti cambiamenti nell’organizzazione della filiera.
A preoccupare i giovani viticoltori è soprattutto un calo di redditività che si protrae ormai da anni per l’effetto combinato di un inarrestabile aumento dei costi di produzione (fertilizzanti, gasolio, attrezzature, costo del lavoro) e di un calo dei consumi che in poco più di trent’anni si è ridotto da 120 a 20 litri annui pro-capite.
Seppur con un’incidenza diversa, le insoddisfacenti quotazioni riguardano soprattutto le produzioni più rilevanti per il territorio reggiano, vale a dire Ancellotta e Lambruschi, mentre per la Spergola le cose vanno meglio – anche per effetto (insieme alle ben più modeste quantità) di modifiche ai disciplinari di produzione che valorizzano molto il legame con il territorio.
Secondo i giovani viticoltori di Emilia Wine proprio questi ultimi due aspetti, quantità e valore territoriale, possono essere gli elementi sui quali puntare per ridare fiato al settore: partendo da una sospensione dell’assegnazione di nuove quote di impianto, che andrebbero a incrementare la produzione in un mercato ormai già saturo; ma anche cambiando le normative che riguardano la produzione, ad esempio, di aceto balsamico, che nel nome si lega al territorio ma il cui disciplinare non impone l’obbligo del ricorso a mosti locali, frenando un possibile e interessante sbocco di mercato.
Per arrivare a una svolta incisiva, in ogni caso, non bastano semplici aggiustamenti, ed è proprio qui che i giovani viticoltori di Emilia Wine lanciano la sfida: un “patto per il vino” che raggruppi il più possibile produttori e cantine per gestire insieme tutte le azioni che riguardano il lavoro in campagna (nuovi impianti e contributi per l’estirpazione, ad esempio), la fase di trasformazione, il rapporto con il mondo degli imbottigliatori, le funzioni dei Consorzi di tutela e la saldatura – più esplicita e chiara per i consumatori – del rapporto tra produzioni e territorio.
Dall’assessore Mammi sono arrivate rassicurazioni sull’impegno della Regione Emilia-Romagna a sostegno del comparto: “Parliamo di un asset fondamentale per l’agroalimentare emiliano e, contemporaneamente, di istanze di giovani che possono assicurare la continuità di quella che non rappresenta soltanto una grande tradizione, ma una fonte di reddito e di lavoro per migliaia di imprese”. Un assist, dunque, a favore di progetti di riorganizzazione di filiera “che abbiamo sempre sostenuto con ingenti risorse per mettere a sistema visioni, strategie, investimenti e innovazioni che gli operatori del sistema, e soprattutto i giovani, sono oggi chiamati ad affrontare”.
Percorsi, secondo il direttore di Confcooperative agroalimentare dell’Emilia-Romagna Bono, entro i quali la cooperazione “riafferma la propria centralità”: non solo perché in Emilia rappresenta il 90% della trasformazione, ma anche perché “è per sua natura lo strumento che mette insieme persone e risorse, in una visione che fa perno sulla mutualità e richiede, al tempo stesso, forti sguardi all’efficienza d’impresa per assicurare ai produttori un reddito che oggi appare fortemente incrinato nei valori”.






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