La fragilità è diventata una categoria politica prima ancora che sociale. Per questo viene selezionata, gerarchizzata, utilizzata. Alcune fragilità meritano attenzione permanente; altre vengono considerate normali, inevitabili, quasi invisibili.
Nel dibattito pubblico europeo il fragile ha ormai un volto preciso: il migrante, il rifugiato, il marginale, il senza dimora, il tossicodipendente. Figure che evocano immediatamente un dovere morale di protezione. Quel dovere esiste davvero. Una società civile non può ignorare chi fugge dalla guerra, dalla fame o dalla disperazione.
Il problema nasce quando la fragilità smette di essere una condizione universale e diventa invece una categoria ideologica.
Perché allora altre debolezze scompaiono dal racconto pubblico. Spariscono gli anziani soli. Spariscono le pensionate che vivono con poche centinaia di euro al mese. Spariscono le coppie anziane che hanno lavorato una vita, comprato una casa sacrificando tutto, e oggi vivono nella paura. Paura della malattia, della solitudine, dell’abbandono. In molti quartieri delle città europee perfino uscire la sera è diventato difficile. Per alcuni, persino uscire di giorno.
Il punto che voglio sottolineare oggi è un altro. Questa fragilità non genera mobilitazione morale. Non produce manifestazioni permanenti. Non occupa il centro del discorso politico.
Perché?
Perché l’anziano europeo viene percepito come qualcuno che “ha avuto”: una casa, una pensione, una relativa stabilità. Anche quando quella stabilità non esiste più. Quando la sua vita quotidiana è diventata una lenta ritirata dalla libertà.
Così si crea una frattura silenziosa. Da una parte esistono fragilità considerate nobili, rappresentabili, mediaticamente legittime. Dall’altra esistono fragilità che disturbano la narrazione dominante, e che quindi vengono rimosse.
È una forma nuova di darwinismo sociale.
Non quello brutale dell’Ottocento, ma uno più sofisticato: sopravvive simbolicamente soltanto chi riesce a trasformare la propria sofferenza in identità politica riconosciuta. Gli altri restano sul fondo del paesaggio sociale, senza voce e senza rappresentanza.
E infatti la vera povertà contemporanea non è soltanto economica. È l’irrilevanza.
Chi rappresenta oggi gli anziani fragili? Chi rappresenta le donne sole a cui è stato sottratto il diritto e il piacere di una semplice passeggiata fuori casa? Chi rappresenta chi vive nelle periferie degradate e sente di aver perso il diritto elementare alla sicurezza?
Per anni si è raccontato che il conflitto fosse tra ricchi e poveri. Ma oggi molti cittadini europei percepiscono un’altra divisione: tra chi riceve attenzione morale e chi invece viene considerato residuale. Tra i fragili che meritano compassione e quelli che possono essere dimenticati.
La domanda allora diventa inevitabile: chi è davvero il fragile?
Il giovane africano che attraversa il mare inseguendo l’Europa? Oppure l’anziana sola che dentro l’Europa vive nella paura e nell’abbandono?
La risposta civile sarebbe: entrambi.
Ma il problema politico è che uno dei due viene continuamente raccontato, mentre l’altro è diventato invisibile. E una società che smette di vedere la fragilità dei propri anziani non sta diventando più giusta. Ha già semplicemente scelto quali deboli meritino di essere protetti e quali possano essere lasciati soli. Come se questi ultimi dovessero scontare la colpa atavica di appartenere a un pezzo di umanità che ha lavorato, costruito, contribuito a rendere vivibile la società devastata del secondo dopoguerra. Uno stigma incomprensibile e ingiustificabile di natura morale e culturale, ancor prima che politica.







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