“Confesso anzitutto la pochezza della mia fede. Nonostante tutto, nel segreto del mio cuore proprio sulla fede sono stato sempre tentato, anche se, per grazia di Dio, penso di non aver mai ceduto alla tentazione”: è uno dei punti centrali del testamento spirituale del cardinale Camillo Ruini, redatto a Roma il 3 giugno 2016, nella solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù.
Il documento, intitolato “Rendimento di grazie e richiesta di pentimento a Dio e ai fratelli”, è un atto di ringraziamento e di confessione rivolto al Signore, alla famiglia, ai collaboratori e alla Chiesa. Ruini ringrazia per “la lunga vita”, per “la chiamata al sacerdozio”, per papa Giovanni Paolo II – “una grazia del tutto speciale” – e per papa Benedetto XVI, con cui ha collaborato per tre anni.
Il porporato chiede anche perdono “per aver agito a volte con durezza sostanziale, sotto delle forme per lo più gentili”, e riconosce di non aver saputo usare gli anni dell’emeritato per prepararsi all’incontro con Dio: “L’impegno dello scrivere non ha favorito la libertà del mio spirito per la preghiera”. Il testamento spirituale si conclude con una supplica: “Padre ricco di misericordia, dona a me e a tutti i miei fratelli in umanità la grazia della perseveranza finale”.
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Riportiamo il testo integrale.
Testamento spirituale di Camillo Ruini
Rendimento di grazie e richiesta di pentimento a Dio e ai fratelli.
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
Ti ringrazio, Signore, per la lunga vita che mi hai dato, per avermi fatto cristiano, per la chiamata al sacerdozio e per i miei tanti anni di prete e poi di vescovo. Ti ringrazio per essere stato e per essere ancora tanto amato, dai miei genitori Francesco e Iolanda, da mia sorella Donata, dai nonni Idelberto e Maria e dallo zio Guido, con i quali ho abitato: il loro affetto mi ha dato forza e sicurezza per tutta la vita. Ti ringrazio per l’altra nonna Emma, per gli zii Riccardo e Tina, per mio cugino Carlo e sua moglie Carla e per gli altri miei congiunti. Ti ringrazio per essere amato e accudito con tanta dedizione dalla mia fedelissima Pierina, amato e accudito con grande generosità dal mio segretario Don Mauro, ora vescovo di Tivoli, da Mara che ha voluto rimanere al mio fianco anche dopo la fine del mio mandato di Cardinale Vicario, da Don Nicola, Angela, Claudia della CEI e molti altri miei collaboratori. E, nella vita domestica, da Palmizia, Sergio, Raffaella.
Ti ringrazio, Signore, per gli amici di Sassuolo, per il mio parroco Mons. Zelindo Pelluti, per Don Dino Carretti che mi ha guidato e accompagnato nell’accogliere la vocazione al sacerdozio. Ti ringrazio per gli anni di formazione al Collegio Capranica e all’Università Gregoriana, per i Superiori, i Professori, i compagni e amici che ho avuto, in particolare i compianti Don Osvaldo Ronzon, Don Valerio Massucci, Don Nicola Battarelli, Don Nicolino Barra. Ti ringrazio per il mio servizio di prete e di insegnante a Reggio Emilia, per i miei vescovi Beniamino Socche e soprattutto Gilberto Baroni, dal quale tanto ho ricevuto e tanto ho imparato, per i molti sacerdoti e laici, uomini e donne di più generazioni, in particolare per quelli che anche adesso mi sono più vicini: da loro ho ricevuto non meno di quello che ho cercato di dare. Ti ringrazio per il Concilio Vaticano II, per averlo vissuto e fatto vivere con gioia a Reggio Emilia e anche per avermi dato la lucidità e la forza di oppormi alle derive postconciliari.
Poi, Signore, quando una certa stanchezza minacciava di opprimere il mio sacerdozio, tu hai avuto pietà di me e, con sorpresa e sgomento, mi hai chiamato all’episcopato: è stata una grazia tanto grande quanto immeritata, un rinnovamento e rinvigorimento della mia vocazione. Da allora si sono moltiplicati quelli che pregano per me e secondo le mie intenzioni, supplendo alla povertà della mia preghiera. Da allora, in poco tempo, sono diventato un personaggio pubblico, anche se ho sempre cercato di rimanere una persona semplice: in questo senso, di rimanere quello di prima.
Una grazia del tutto speciale è stato per me Giovanni Paolo II. Fin dall’inizio del suo ministero ho visto realizzarsi in lui quel che avvertivo confusamente dentro di me e che Paolo VI già aveva indicato, tra molte resistenze e incomprensioni. Mai però avrei immaginato di diventare un suo diretto collaboratore, come sono stato per più di vent’anni, dall’autunno del 1984, quando si preparava il Convegno di Loreto, fino alla sua morte. In Giovanni Paolo II ho sperimentato la tua presenza, Signore, ho potuto toccare con mano l’unione nella preghiera, l’inseparabilità di preghiera, vita e apostolato, il coraggio della fede che guida la storia, la capacità di amare e di perdonare. Per mia colpa, Signore, ho cercato di seguire il suo esempio in ciò che corrisponde alla mia inclinazione ma molto meno in ciò che avrebbe rimediato alla mie più gravi lacune.
In concreto nei ventidue anni del mio ministero romano, alla CEI e in Vicariato, spero, Signore, di aver operato non per interessi personali ma per gli obiettivi che mi erano affidati e che condividevo di cuore: ho superato così resistenze e ostilità non piccole, specialmente agli inizi, sia alla CEI sia in Vicariato. Riconosco e confesso però di aver agito a volte con durezza sostanziale, sotto delle forme per lo più – non sempre – gentili: ne chiedo perdono al Signore e a tutte le persone, vive e defunte, alle quali ho procurato dolore. Ma devo ringraziarti, Signore, per le persone con cui ho avuto la gioia di collaborare: in particolare Mons. Giovanni Battista Re e Mons. Stanislao Dziwisz, i segretari della CEI Mons. Dionigi Tettamanzi, Mons. Ennio Antonelli e Mons. Giuseppe Betori, i vicegerenti di Roma Mons. Remigio Ragonesi, Mons. Cesare Nosiglia, Mons. Luigi Moretti, Annick Johnson, Dino Boffo, Sergio Belardinelli, Vittorio Sozzi, il compianto Mons. Giuseppe Cacciami1 , il Cardinale Angelo Scola, ma anche tantissimi altri, tra i quali i parroci di Roma e i direttori degli uffici CEI e del Vicariato: a non pochi di loro sono rimasto legato.
Adesso sono emerito da otto anni e ti ringrazio, Signore, di avermi dato tutto questo tempo per prepararmi all’incontro supremo con te, ma ti domando anche perdono per aver ben poco usato tale tempo a questo scopo. Per la verità, finora sono stato un emerito molto occupato, per vari incarichi che ho ricevuto e soprattutto perché mi sono dedicato alla passione per lo studio che è nato in me nell’adolescenza e poi mi ha sempre accompagnato. I temi che ho scelto, Dio e la vita oltre la morte, di per sé dispongono all’incontro con te e i due libri nei quali li ho condensati intendono essere un, sia pur minimo, contributo all’evangelizzazione. Di fatto, però, l’impegno dello scrivere non ha favorito la libertà del mio spirito per la preghiera.
Ma le cause di questa poca libertà sono soprattutto i miei peccati e la debolezza della mia risposta all’amore del Signore: queste cose vorrei confessare, sperando di non scandalizzare nessuno, ma di stimolare invece a pregare per me e a far meglio di me. Confesso anzitutto la pochezza della mia fede. Fin da piccolo ho avuto il dono della fede e ho detto le preghiere, la fede fino a oggi mi ha sempre accompagnato e sostenuto, in particolare nell’accogliere la chiamata al sacerdozio. A difendere la fede mi sono dedicato, già da studente liceale, senza timidezza o paure. Ho cercato di approfondire con lo studio i suoi contenuti e le sue ragioni, di proporli e difenderli con passione e convinzione. Nonostante tutto questo, però, nel segreto del mio cuore proprio sulla fede sono stato sempre tentato, anche se, per grazia di Dio, penso di non aver mai ceduto alla tentazione. Concretamente, la mia fede era e rimane sottodimensionata per reggere e animare una vita che dovrebbe essere tutta dedicata a Dio e ai fratelli. Signore, abbi pietà di me e rafforzami alla fede, nell’ultima e decisiva fase del mio cammino terreno.
Vergine Maria, nostra dolce Madre, intercedi perché l’amore di Dio riempia il mio cuore e mi doni libertà vera. “Si è più beati nel dare che nel ricevere” (Atti 20,35): questa parola di Gesù è sempre stata per me quasi un’evidenza e un’inclinazione naturale, legata anche al fatto che non mi sono mai trovato nel bisogno. Così, grazie alla grande generosità dei miei genitori e di mia sorella, per tutto il tempo in cui ero prete a Reggio ho potuto lavorare praticamente gratis. In seguito ho ricevuto molto denaro ma non ho incrementato i beni di famiglia, destinando il superfluo ad aiutare persone in difficoltà. Anche qui, però, non ho messo in pratica l’invito del Signore a lasciare tutto per seguirlo e non ho rinunciato a un tenore di vita semplice ma confortevole.
Sono sempre stato “papista” e ne ringrazio il Signore e i miei formatori, in particolare i Professori della Gregoriana. Dopo Giovanni Paolo II, ho collaborato per tre anni con Benedetto XVI e lo ringrazio di tutto cuore, anche per l’affetto che tuttora mi dimostra. Quando è stato eletto Papa Francesco ne ho gioito e, per quel che potevo, sono stato subito un suo sostenitore. Anche oggi mi rallegro e lo ringrazio per il suo straordinario slancio evangelizzatore. Devo confessare però di trovarmi in una situazione di disagio, non certo per motivi personali ma perché fatico a comprendere alcuni orientamenti che mi sembrano riaprire ferite, dopo il Concilio a stento medicate. Chiedo umilmente al Signore di convincermi interiormente che la Chiesa è sua e che Egli stesso ne ha cura, al di là delle nostre vedute umane.
Signore, aiutami ad accogliere la piccola croce del mio decadimento, per ora fisico, e la progressiva estinzione del mio ruolo: è la grazia che ora mi dai per prepararmi meglio all’incontro con te.
Signore, tu solo sai perché mi hai chiamato, il tuo amore è totalmente gratuito, immeritato, creatore. Fa che io non lo respinga, perdonami anche per averlo già troppo eluso e deluso. Signore, Dio fedele, non stancarti di amarmi e di chiamarmi, di convertirmi. Padre ricco di misericordia, dona a me e a tutti i miei fratelli in umanità la grazia della perseveranza finale.
Roma, 3 giugno 2016
Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù
Camillo Card. Ruini






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