SuperLega: tutto cambia, anche il calcio

SuperLega

Quando ero bambino mio padre mi accompagnava a piedi allo stadio Mirabello, dove la Reggiana giocava i suoi campionati. Primi anni Settanta, un cuscinetto granata per addolcire il gelo della tribuna, centinaia di radioline sintonizzate su “Tutto il calcio minuto per minuto”, scusa Ameri, gli altoparlanti magnificavano le virtù di Christian Hansen di Copenhagen che nell’offrire le formazioni ricordava i suoi famosi prodotti: caglio, integrativi zootecnici, nuclei fermentati, Hansen fermenti.

Quei pensieri sono una lenta processione di madeleines proustiane: assembramenti alle biglietterie, copie di Forza Reggiana imperdibili per il cronista in erba, effluvi di fumo e mignon alcoliche senza restrizioni, i cori, il pubblico, l’emozione, il goal. La Reggiana era la mia squadra del cuore, ovviamente, ma nel meraviglioso impatto con il gioco del calcio c’era spazio anche per altro: il calcio praticato con gli amici nei cortili e poi nei campetti di periferie e quello, solo televisivo, della serie A e delle coppe europee.

Ricordo l’Italia in Messico nel 1970, la leggendaria semifinale contro la Germania e poi la sonora sconfitta allo stadio Azteca subita dal Brasile di Pelé. E poi i giornali, le fotografie, ma soprattutto la tv, i filmati, le gesta di campioni lontani che parevano irraggiungibili. Il calcio insegnava storia e geografia, persino antropologia, ad averne la passione. Pelè, un semidio. Lo spettacolo del gioco brasiliano, estremamente tecnico, estetizzato, quasi poetico.

Poi l’Europa. L’Olanda di Michels, con questi orange alti biondi e con i capelli lunghi, inventò il cosiddetto calcio totale, dove anche i difensori attaccavano e le punte (molto meno) difendevano. Nel bagno che frequentavo durante le vacanze a Rimini si era sparsa la voce che fosse tra noi Johnny Rep, centravanti di quella fantastica formazione. Che una stella del calcio fosse scesa dal cielo per atterrare sulla spiaggia romagnola somigliava a una favola, come se fosse arrivato un marziano.

I più giovani non si sorprendano: il calciatore di allora era figura mitologica, l’Europa un’astrazione realizzata in forma di “Giochi senza frontiere”, manifestazione peraltro voluta da un certo Charles De Gaulle. Mancava tutto rispetto ad oggi, in tempi di social e di PlayStation. Mancava tutto ma esisteva qualcosa che rende unica la competizione sportiva: il ribaltamento dei ruoli, il piccolo che vince il grande, la sorpresa, l’impresa epica, in una parola la gloria.

Cosa sarebbe il calcio se non un interminato racconto di imprese epiche contemporanee? E come potremmo gioire o piangere se il più forte battesse sempre il più debole, il ricco prevalesse sul povero, lo scarpone sul fuoriclasse mondiale?

Basta poco per antipatizzare con la SuperLega di Andrea Agnelli e Florentino Perez: basta ricordare l’Italia dell’82, quando gli azzurri di Bearzot entrarono nella leggenda sconfiggendo da ultimi paria l’Argentina di Maradona, il Brasile di Zico e Falcao, la Germania di Rummenigge, e portare tutti noi alla gloria del mondo.

Antipatizzo verso un calcio futuro modello Nba, dove i piccoli – tipo Atalanta – non possono arrivare,  se non hanno mezzi finanziari accessibili, alla SuperLega. Provo tristezza nell’osservare come il predominio della finanza, in questo caso JP Morgan, si è fatto padrone del gioco più bello del mondo.

Eppure, se guardo alle cose senza cinismo ma con realismo, vedo che tutto scorre inevitabilmente, sempre. Anche il calcio cambierà, come la condizione del pianeta e dell’umanità, e non ha senso opporvisi. Quando ero bambino, Pelé era per me un protagonista della fantasia, come Ulisse, come Enea. Oggi posso contattare Cristiano Ronaldo e i più grandi campioni su Instagram. C’è di più. I ragazzi di oggi sono già abituati a giocare nella SuperLega, nelle varie proposte in forma di videogioco. Vedrete che presto non ci si farà più caso. Un’Europa unita non può che organizzare il proprio calcio in forma unitaria: che c’è di strano?

Siamo affezionati ai nostri ricordi più cari. Pensiamo alla passeggiata con papà fino allo stadio. Pensiamo a quando eravamo ragazzi e ci commuoviamo. Citiamo Eraclito: non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume. E prepariamoci al peggio: accorceranno la durata delle partite perché novanta minuti sono troppo lunghi, i più giovani sono già abituati a emozioni più ravvicinate. Ecco, rispetto al disdoro di quel giorno mi consola solo un pensiero: sperare de morì prima.




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