Strage Bologna, troppi ostacoli alla verità

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Nella Giornata del ricordo caduta domenica 9 di maggio, Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime della strage di Bologna, ha detto intervenendo a Palazzo Madama nel corso della cerimonia:

“Cari familiari,

Onorevole presidente della Repubblica,

Onorevoli presidenti di Senato e Camera,

Istituzioni

Sono trascorsi più di 40 anni da quella mattina d’estate del 2 agosto 1980, quando una bomba fascista squarciò la stazione di Bologna e colpì al cuore l’Italia intera.

Furono 85 i morti e più di 200 i feriti.

Per molti nulla fu come prima. Ci costituimmo in associazione nel 1981 con l’unico obiettivo di ottenere, con tutte le iniziative possibili, la giustizia dovuta. Nel 1995 la Corte di Cassazione ha condannato in via definitiva gli esecutori materiali, i terroristi fascisti Francesca Mambro e Valerio Fioravanti e i depistatori, il Gran Maestro della loggia Massonica P2 Licio Gelli, il faccendiere Francesco Pazienza, il Generale Musumeci iscritto alla loggia P2 e il colonnello Giuseppe Belmonte. Questi ultimi ai vertici del Sismi, il servizio segreto militare.

Secondo recenti indagini condotte dalla Procura Generale di Bologna, la strage fu ideata dai vertici della loggia massonica P2, protetta dai vertici dei servizi segreti italiani, eseguita da terroristi fascisti. Questa la verità delineata su l’orrendo massacro.

Già nel febbraio del 1979 la strage fu progettata e finanziata dai vertici della loggia massonica P2: Licio Gelli e Umberto Ortolani.
Fu organizzata dal prefetto Umberto Federico D’Amato e, al direttore del Borghese Mario Tedeschi, fu affidato il compito di dare una adeguata descrizione di copertura della strage stessa.

Comprendiamo ora a distanza di 40 anni chi furono gli ideatori preventivi della pista palestinese che ha sconvolto e rallentato per anni l’inchiesta.

Il 16 aprile scorso è iniziato il processo ai mandanti che porterà ulteriore luce su questo efferato crimine. Quando si parla di stragi tutti a parole vogliono la verità ma nei fatti sono stati e sono ancora moltissimi coloro che, pur avendone la possibilità, fanno di tutto per nasconderla o ritardarla.

Ricordo le nomine dei vertici dei servizi di sicurezza nel 1978, tutti iscritti alla loggia massonica P2 e infedeli allo Stato. Ricordo il senatore a vita Francesco Cossiga che, in una intervista al Corriere della Sera del 2008, avallò il clamoroso depistaggio della pista palestinese e insistette molto sull’autonomia dei cosiddetti spontaneisti armati cercando di escludere ogni collegamento strutturale dei terroristi con gli apparati dello stato.

Ricordo il prefetto Vincenzo Parisi che, in due audizioni alla Commissione stragi, volle unire la strage di Ustica a quella di Bologna creando un depistaggio mediatico che generò un’enorme confusione nell’opinione pubblica. Anche oggi azioni non marginali incidono sul percorso della verità come il mancato adeguamento del numero dei magistrati presso la Procura Generale di Bologna che rallenta il lavoro e ritarda il raggiungimento della verità.

Sapete che vuol dire portare il peso dei processi sulle nostre spalle?

Sapete che vuol dire resistere per più di 40 anni alle menzogne e ai depistaggi?

Io lo so, i familiari delle vittime lo sanno, le cittadine e i cittadini che credono nella nostra democrazia e combattono per difenderla lo sanno. Ma molti che ricoprivano alti incarichi politici e istituzionali non sempre hanno compiuto il proprio dovere dovuto dal giuramento fatto sulla Costituzione.

Troppi ancora gli inciampi.

La declassifica della documentazione delle amministrazioni dello stato e la digitalizzazione dei processi devono essere sostenute da una forte volontà politica. “Tutto è inutile se non si vuole aprire quella porta”, diceva Aldo Moro nell’ultima lettera alla moglie prima di essere assassinato 43 anni fa, il 9 maggio”.



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