C’è un modo molto semplice per sbagliare una mostra su Francesco Guccini: farne un santino. Metterlo in cornice, appenderlo al muro e lasciare che il pubblico lo attraversi con quella reverenza un po’ stanca che si riserva ai classici già digeriti.
Allo Spazio Gerra di Reggio Emilia, invece, dentro il perimetro sempre più ibrido di Fotografia Europea, hanno fatto esattamente il contrario: hanno tolto la cornice e lasciato il tempo. “Francesco Guccini. Canterò soltanto il tempo”, aperta dal 18 aprile al 18 ottobre, è una mostra “con Guccini”, anziché su Guccini. E la differenza non è semantica: è metodologica, quasi politica. Due anni e mezzo di lavoro, incontri, ascolti, conversazioni. Non un racconto lineare, ma una sedimentazione. Non una biografia, ma un attraversamento.

Il filo conduttore è dichiarato – il tempo, appunto – ma come materia viva, non come archivio. Come qualcosa che si incrina, si ripete, si trasforma. Come le canzoni stesse di Guccini, che sono state capaci di accompagnare intere generazioni e anche di anticipare i tempi che sarebbero poi arrivati; “favorendo riflessioni e abitando il dubbio”, come ha ricordato in conferenza stampa l’assessora alla cultura dell’Emilia-Romagna Gessica Allegri; non cercando risposte, ma alimentando domande che abbiamo ancora tutti tanto bisogno di farci.
La mostra si muove su quattro piani per circa 350 metri quadrati, ma il vero spazio è quello sonoro: si entra con le cuffie, guidati dalla sua voce. E qui succede qualcosa di raro. Non è una voce che spiega, quella di Francesco Guccini, è una voce che sta. Racconta, devia, si sofferma. Ti accompagna senza mai portarti davvero da qualche parte precisa. Che è, poi, il modo più onesto di raccontare il tempo.
Al centro ci sono nove canzoni, trattate come “opere aperte” (tra cui “Van Loon”, brano dell’87 che Guccini ha dedicato al padre e che ha ispirato l’artista Veronica Ruffato), reinterpretate – per l’appunto – da altrettanti artisti che le hanno rilette, ripensate, ricreate e riportate all’oggi, non come reliquie ma come materiale vivo.

Un’operazione che Guccini, da sempre appassionato di fumetto e illustrazione (non a caso già attraversato da matite come quelle di Andrea Pazienza e Sergio Staino), ha “accettato” con quella tipica ritrosia che gli ha permesso di chiedersi con sincera soggezione: “Ma perché proprio io? Cosa avrei fatto?”.
Eppure è proprio lì che la mostra trova il suo punto: nell’imbarazzo dell’autore davanti alla celebrazione. Che diventa, paradossalmente, la sua forma più autentica. C’è una stanza dedicata alla formazione, alla cultura popolare, agli studi di letteratura e linguistica. E lì si capisce una cosa che spesso si dà per scontata: l’erudizione di Guccini non è mai esibita, è incorporata. È quella che Umberto Eco sintetizzò con una formula perfetta – “il più colto dei cantautori” – e che lui ha sempre respinto con un’alzata di spalle. Ma è anche quella che rende le sue canzoni così stratificate: accessibili e profonde, popolari e complesse.
Il progetto di Stefania Carretti (deus ex machina della mostra insieme a Lorenzo Immovilli ed Erika Profumieri) evita con cura ogni tentazione agiografica. Il progetto è pensato come un concept album: ogni ambiente un tema, ogni tema una traccia, ogni traccia un possibile inciampo. Non ci sono risposte, solo domande ben costruite.
E poi c’è il territorio. Non come cartolina, ma come grammatica. L’Emilia di Guccini – l’Appennino, la nebbia della bassa, le osterie, le notti lunghe – non è solo sfondo, è struttura del pensiero. Una civiltà, più che una geografia. Un modo di stare al mondo che passa dalla parola, dalla memoria, da una certa idea di comunità.
Non a caso, nelle parole istituzionali ricorre spesso proprio questo: non cultura dell’Emilia-Romagna, ma civiltà. In questo senso, la mostra è anche un’operazione identitaria. Ma senza retorica. Piuttosto con una consapevolezza: che quelle canzoni – spesso lette come manifesti generazionali, a tratti politici – non hanno mai smesso di interrogare il presente. Anzi, forse oggi lo fanno con più urgenza. Perché i “tempi duri e amari” evocati nel titolo non sono un’eco lontana. Sono qui.

Tra i materiali esposti – molti inediti – ci sono manoscritti, fotografie, oggetti personali. Ma anche nuove produzioni, come i lavori fotografici di Paolo Simonazzi, che tiene insieme il progetto come un filo silenzioso, o le interpretazioni visive che spingono le canzoni fuori dal loro tempo originale.
Tutto costruito con un’idea precisa: economia dei mezzi, accessibilità massima, ingresso gratuito. Una mostra popolare nel senso più serio del termine: leggibile da tutti, ma non semplificata. E forse è proprio questo il punto più interessante. In un momento in cui molta cultura sembra oscillare tra l’élite e l’intrattenimento, qui si prova una terza via: complessità accessibile. Non abbassare il livello, ma aprire l’ingresso.
Alla fine, “Canterò soltanto il tempo” funziona perché non cerca di fermarlo. Non cristallizza Guccini, non lo trasforma in monumento. Lo lascia scorrere. E nel farlo, lascia spazio anche a noi. Perché – ed è la promessa più onesta che la mostra fa – non usciremo sapendo qualcosa in più su Guccini. Usciremo, forse, con qualche domanda in più su di noi.






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