Riceviamo e pubblichiamo in versione integrale questa lettera di Monica Bottai, docente di lettere dell’istituto d’istruzione superiore Blaise Pascal di Reggio.
Non si tratta più di avere una certa idea politica, sostenere una specifica convinzione, parteggiare faziosamente, fare analisi storiche, dialettizzare: da tempo, ormai, un qualsiasi giusto di questo mondo non può avere simili abbrivi per scegliere cosa dire o fare per Gaza.
Abbiamo superato ogni misura di disumanità in maniera così profonda che ogni causa scatenante, ogni giustificazione morale o ideologica, ogni finalità superiore hanno lasciato il posto soltanto allo strazio e al grido. Almeno per gli uomini e le donne comuni, per la gente, per chi sa cosa sia un bambino e non ha bisogno di definizioni.
Ma dove e come lanciare questo grido? Dissensi, cortei, proteste, iniziative umanitarie: tanto è già apparso sulle nostre strade, nelle nostre piazze, adesso anche sui nostri mari. E oggi un’altra manifestazione di vicinanza al popolo in fuga da Gaza e all’impresa della Flotilla dovrebbe risuonare nelle nostre città, nonostante la sordità già manifestata dai pre-potenti di questa terra. Nel cinismo e nell’indifferenza diffusa, è già un miracolo che qualcuno dica “no” e, per una volta, volevo anche io unirmi a questo coro.
Tuttavia, ho avuto la (provvida?) sventura di fermarmi a pensare e interrogarmi se l’ennesima protesta fosse quello a cui desideravo veramente partecipare; se il mio grido fosse pienamente espresso da questa iniziativa; se il mio strazio fosse efficacemente messo a servizio del dolore del popolo martoriato di Gaza. Andare al fondo del mio dolore, della mia rabbia, di quel che desidero è stata la molla che mi ha lanciato, non senza dubbi, in direzione diversa, ovvero stare, restare, coi ragazzi e fare protesta a scuola, con loro: quindi, non fare lezione e dedicare questa giornata ad ascoltare cosa sanno, cosa vorrebbero sapere, cosa pensano di tutto questo; provare a recuperare il significato di alcune parole chiave, per raccontare cosa c’è davvero in ballo, e da quanto tempo, e con quanti attori; provare insomma a dare tentativamente un giudizio insieme a loro, affinché non siano soli davanti all’orrore.
Sì, perché anche la scuola troppo spesso li lascia soli, distante dalla realtà presente e dal vissuto; oppure pensiamo che potremo continuare a celebrare il giorno della memoria come sempre abbiamo fatto, usando le solite frasi e i soliti slogan che già hanno allontanato tanti giovani dal sentire utile quella memoria? Per questo, è ancora più urgente lavorare sulla consapevolezza e sulla coscienza: stare con loro e insegnare un metodo per giudicare senza essere preda di parole vuote, slogan, fazioni, generalizzazioni, ideologie tutt’altro che cadute!
La prima protesta da insegnare loro è combattere l’ignoranza, per possedere davvero le cose che accadono; l’immoralità, per avere uno sguardo totalizzante e profondo sugli eventi; la trascuratezza del proprio io, per poter condividere tutto con tutti.
Qualcuno potrebbe dirmi che posso fare questo lavoro a scuola anche in un altro giorno e oggi andare in piazza: verissimo, ma ho scelto di farlo oggi proprio per dare maggior valore, anche simbolico, al mio stare lì e soprattutto a loro, che meritano la speranza e la certezza di un bene possibile, anche grazie alla costruzione di una mentalità culturale nuova, frutto di una tradizione viva giudicata alla luce del presente.
Voglio dimostrare loro che la scuola è ancora luogo di costruzione del futuro attraverso la cura educativa delle loro persone; che la scuola ha da dire qualcosa al momento presente e non li lascia soli; che vivere l’attimo donato dentro il compito richiesto a ciascuno è la prima mossa che, misteriosamente e anche nascostamente, salva il mondo. La scuola oggi sarà la nostra piazza.
Monica Bottai






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