Reggio, scontro tra giudici sul “caso Bibbiano”: Beretti bacchetta la pm Salvi

lettura sentenza primo grado processo affidi Bibbiano Angeli e Demoni – FB AR

A Reggio Emilia è ormai scontro aperto tra giudici e pm sul processo relativo all’inchiesta “Angeli e Demoni”, nata per far luce sulle presunte anomalie negli affidamenti di minori nel sistema dei servizi sociali della Val d’Enza; quello che, nel tempo, è diventato più noto come il “caso Bibbiano”.

Ad accendere la miccia è stata la Procura reggiana, che ha usato parole molto dure per ricorrere in appello contro la sentenza di primo grado (che aveva di fatto demolito la tesi dell’accusa, con tre condanne lievi e ben undici assoluzioni): secondo la sostituta procuratrice Valentina Salvi, l’impostazione della pronuncia del tribunale reggiano sarebbe stata “complessivamente guidata da una ‘spasmodica’ e quasi ‘ossessiva’ ricerca di ragioni assolutorie […] pur di pervenire (a qualunque costo, si direbbe) ad alcune irragionevoli assoluzioni”.

La replica si è fatta attendere solo un paio di giorni. Per la presidente del tribunale reggiano Cristina Beretti “il Tribunale di Reggio Emilia non persegue assoluzioni né condanne ‘a ogni costo’ e non è guidato da finalità estranee alla funzione giurisdizionale: giudica secondo diritto, caso per caso, nel rispetto della legge e delle garanzie costituzionali, rimettendo con serenità le proprie decisioni al controllo del giudice di secondo grado”.

“Nel nostro ordinamento”, ricorda Beretti, “è fisiologico e doveroso che le sentenze siano sottoposte al vaglio del giudice dell’impugnazione: l’appello costituisce uno strumento di garanzia ed è parte integrante del sistema di giustizia. Ogni Tribunale decide esclusivamente sulla base delle prove acquisite e del contraddittorio tra accusa e difesa, assumendosi pienamente la responsabilità delle proprie decisioni, che sono motivate e pubbliche”.

Ma per Beretti “è tuttavia altrettanto doveroso ricordare che la critica rispetto a una decisione giudiziaria, anche quando ferma e decisa, dovrebbe esprimersi attraverso argomentazioni tecnico-giuridiche, nel rispetto dei ruoli e dell’istituzione giudicante. La legittima critica delle sentenze non deve quindi tradursi in una rappresentazione delegittimante dell’organo che le ha pronunciate, poiché l’autorevolezza del Tribunale coincide con quella della giurisdizione nel suo complesso”.



Non ci sono commenti

Partecipa anche tu