Venerdì 12 dicembre, alle 18, Palazzo da Mosto ospiterà l’incontro “L’utopia fragile del progresso” con Pippo Ciorra, senior curator del Maxxi Architettura, in dialogo con il giornalista del Corriere della Sera e dell’inserto “La Lettura” Stefano Bucci.
Si tratta del terzo dei sei appuntamenti de “Il Secolo Americano”, il ciclo di incontri organizzato dalla Fondazione Palazzo Magnani che fa parte – assieme alle visite guidate e alle attività per le famiglie – del palinsesto collaterale della mostra “Margaret Bourke-White. L’opera 1930-1960”, allestita fino all’8 febbraio 2026 ai chiostri di San Pietro di Reggio.
Ciorra e Bucci tracceranno, partendo dall’analisi delle fotografie di Bourke-White, il declino delle utopie che avevano alimentato il sogno americano e che con l’avanzare del Novecento sono deflagrate a livello mondiale in un susseguirsi di conflitti e scontri: una parabola che la fotografa americana ha raccontato in modo spontaneo, come fosse un atto naturale, una parte della sua stessa biografia, come in effetti era.
La quota più “architettonica” del lavoro di Margaret Bourke-White è in buona parte racchiusa nel primo periodo della sua attività, dal 1928 fino alla metà degli anni Trenta, documentata in una specifica sezione della mostra, dal titolo “L’incanto delle fabbriche e dei grattacieli”. La magnificenza di queste costruzioni rappresenta gli aspetti più evidenti dell’utopia americana della prima metà del Novecento: progresso, ricchezza, audacia, tecnica e narrativa. È un periodo in cui l’artista, tra il finire degli studi e l’inizio della carriera, realizza diversi reportage sulle industrie statunitensi muovendosi tra New York e Cleveland.
Con il passare del tempo, tra gli anni Quaranta e Cinquanta, Bourke-White emerge come una delle donne più famose degli Stati Uniti e punto di riferimento per il fotogiornalismo, così che le viene naturale spingersi in prima linea nel testimoniare i maggiori conflitti dell’epoca. Comincia allora a immortalare sulla sua pellicola il lato oscuro e il declino di quelle utopie: le guerre, il razzismo, l’orrore dell’Olocausto, la dittatura. Scatti che nella mostra si ritrovano nelle sezioni “Cielo e fango, le fotografie della guerra” e “Il mondo senza confini: i reportage in India, Pakistan e Corea”.
Uno scarto che finirà per cambiare la natura stessa del suo lavoro di fotografa, facendola passare da testimone entusiasta a soggetto attivo ed empatico della narrazione, parte di un’evoluzione che coinvolgerà la fotografia d’autore nella fase finale del Novecento, specialmente nello spazio grigio – ma spesso molto fertile – tra arte visiva e fotogiornalismo.







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