Proseguono gli appuntamenti de “Il Secolo Americano”, il ciclo di incontri organizzato dalla Fondazione Palazzo Magnani che fa parte – assieme alle visite guidate e alle attività per le famiglie – del palinsesto collaterale della mostra “Margaret Bourke-White. L’opera 1930-1960”, allestita fino all’8 febbraio 2026 ai chiostri di San Pietro di Reggio.
Venerdì 19 dicembre alle 18 Palazzo da Mosto ospiterà l’incontro “Alla ricerca della sovranità perduta. L’America di Donald Trump” con Mario Del Pero, professore di Storia internazionale al Centre d’Histoire di Sciences Po. L’appuntamento sarà introdotto da Massimiliano Panarari, professore di Sociologia della comunicazione all’Università di Modena e Reggio Emilia.
I relatori analizzeranno le modalità attraverso le quali l’attuale presidente degli Stati Uniti Donald Trump, tanto in politica interna quanto in politica estera, ha costruito la propria narrazione facendo leva su un forte sentimento di nostalgia nei confronti di un’America percepita come “perduta”: nella retorica trumpiana, infatti, ricorrono frequenti riferimenti a un’epoca passata, idealizzata e presunta, di piena sovranità nazionale, in cui gli Stati Uniti non sarebbero stati soggetti alle costrizioni dell’interdipendenza globale e avrebbero preservato invulnerabilità militare, indipendenza industriale e autosufficienza energetica. Una nostalgia alimentata da paure collettive che Trump ha saputo cavalcare ed esasperare, costruendo su di esse una parte significativa del proprio consenso politico ed elettorale.
Questo immaginario di un’America libera, potente e prospera trova un suggestivo rispecchiamento anche negli scatti di Margaret Bourke-White realizzati nel primo periodo della sua attività, tra il 1928 e la metà degli anni Trenta, documentati nella sezione della mostra intitolata “L’incanto delle fabbriche e dei grattacieli”: le immagini della fotografa statunitense restituiscono con forza visiva l’utopia americana della prima metà del Novecento, fatta di progresso, ricchezza, audacia, tecnica e fiducia nel futuro. È il periodo in cui Bourke-White, tra la fine degli studi e l’avvio della carriera, si muove tra New York e Cleveland, realizzando importanti reportage dedicati all’industria statunitense.
La fotografia, espressione dello sguardo poetico con cui l’autrice guardava agli edifici industriali, segnava una celebrazione degli ideali di rilancio economico del New Deal e insieme marcava un punto di svolta professionale per il genere femminile, in precedenza sottovalutato. Donna libera e anticonformista, Bourke-White seppe infatti imporsi in un mondo dominato dagli uomini, diventando negli anni Trenta del secolo scorso una delle figure femminili più celebri d’America.
Negli anni successivi, poi, Bourke-White si distinse come punto di riferimento per il fotogiornalismo, spingendosi in prima linea nel testimoniare i maggiori conflitti dell’epoca, dalla Seconda guerra mondiale a India, Pakistan e Corea. Nelle sue opere compare a quel punto il lato oscuro, il declino di quelle stesse utopie che in precedenza aveva rappresentato: le guerre, il razzismo, l’orrore dell’olocausto, la dittatura.







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