Processo Aemilia: la mafia in Emilia e in particolare a Reggio è stata ed è una realtà radicata e inconfutabile

processo Aemilia

La Cassazione con il rito abbreviato prima (24 ottobre) e il primo grado del processo Aemilia dopo (31 ottobre) hanno sentenziato una certezza: la mafia in Emilia e in particolare a Reggio è stata ed è una realtà radicata e inconfutabile. E non si tratta di una ramificazione periferica, di qualcosa già esistente altrove, ma una cosca autonoma di ‘ndrangheta con a capo quel Nicolino Grande Aracri che un sindaco reggiano, a suo tempo, non seppe far di meglio che definire “una persona gentile”.

Bisogna partire da questo retroterra politico/culturale e da queste sentenze “storiche” per riflettere a fondo sugli errori commessi, perché la ‘ndrangheta a Reggio non è stata affatto sconfitta definitivamente: le sentenze hanno sancito la sua esistenza, la sua pervasività e la sua profonda relazione con il nostro territorio.

Le affermazioni del procuratore capo di Bologna Giuseppe Amato dopo la sentenza sono esplicite: “I processi e le condanne non interrompono eventi criminosi di questo tipo. Faremo nuove indagini a partire dalle parole dei pentiti che hanno aperto altri filoni d’inchiesta”. Così come sono esplicite le parole del procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri: “Aemilia è storia. Ora si deve scavare il rapporto con la politica. In Emilia la ‘ndrangheta è radicata da almeno 40 anni. La colpa e di chi non ha voluto vederla…”.

Nonostante alcuni personaggi politici si siano affrettati a dichiarare che da queste sentenze la politica locale ne esce completamente indenne, è fuori dubbio che tutta la nostra comunità debba fare un serio esame di coscienza sulle responsabilità dirette o indirette della politica, degli amministratori pubblici, delle realtà produttive e di tanti privati cittadini nel processo di insediamento e radicamento mafioso, soprattutto per non ricadere negli stessi meccanismi perversi che l’hanno fatta proliferare.

Quando la politica, anche solo una piccola parte di essa, non ha come priorità il bene comune della collettività ma pensa soprattutto alla conservazione del potere e ai propri interessi personali, finisce inevitabilmente per spianare la strada a quelle pericolose influenze che hanno purtroppo ammorbato le nostre comunità e il nostro sistema economico.

Lo stesso discorso vale per l’apparato tecnico al servizio della pubblica amministrazione, come è dimostrato dalla condanna comminata al dirigente comunale di Finale Emilia.

Un altro dato – dolorosamente sconfortante – che esce dalla sentenza del 31 ottobre è stato il comportamento, al limite del ridicolo, di almeno una cinquantina di persone chiamate a testimoniare durante il processo Aemilia. Per questi la Corte ha inviato gli atti alla procura per falsa o reticente testimonianza. Intimoriti, minacciati o collusi, qui a Reggio.

Maurizio Vergallo
capogruppo in consiglio comunale e nell’Unione dei Comuni della Val d’Enza per la lista civica “Bibbiano Bene Comune”



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