Last Taxi Driver, tormentata umanità

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7.3

«Solo la All Saints usa i messaggi di testo per assegnare le corse: ogni altra compagnia della città – e siamo una decina, tutta gentaglia – è rimasta alla tradizionale radio. Stella invece, la fervente cattolica che ha fondato la All Saints trent’anni fa dopo aver ricevuto un’apparizione divina in stile Fatima, un giorno si è presa paura che gli altri potessero rubarci i clienti e ci ha fatto iniziare con i messaggi, il che significa che spippoliamo in continuazione sul telefono anche alla guida».

Lou Bishoff, tassista a “partita Iva”, trasporta umanità varia a Gentry, un città immaginaria del Mississippi del Nord, a un’ora e un quarto da Memphis, Tennessee, dove c’è Graceland, la tenuta di Elvis Presley. «Graceland. Visitare Graceland», racconta Lou a Samantha – una delle sue stravaganti clienti, che indossa una maglietta molto somigliante a quelle che tingeva «in una vita precedente» – mentre è alla guida della Lincoln Town car di servizio diretto all’aeroporto di Memphis.

Graceland. «Inizi il giro nel come si chiama, nel boudoir, che sei un ateo anti-Elvis. … Poi alla fine entri nella stanza degli abiti di scena e niente, fine dei giochi. Crolli in ginocchio, e giusto il tempo di uscire e arrivare al cimitero di famiglia vicino al laghetto che sei devoto a Elvis per l’eternità». Sul suo taxi, aspettando gli sms di Stella, non ascolta, però, Elvis the Pelvis il “re del rock ‘n’ roll”, ma Beethoven bevendo una Red Bull e leggendo un libro sul Buddha. Si definisce, infatti, buddhista. Appesi allo specchietto retrovisore, per coprire i tanti odore emessi dai suoi bizzarri e tragici clienti, non ha l’arbre magique ma deodoranti a forma di William Shakespeare al profumo di menta, di Bigfoot all’essenza di pino, e un altro, che però sfugge agli interrogativi della maggior parte dei passeggeri, a forma di disco volante, che sprigiona aromi di sempreverde.

Lou – si capisce – è un tassista sui generis dalla tormentata umanità in contrasto con il mondo che percorre in lungo e in largo con il suo taxi. Salgono e scendono malati terminali, artisti, tossicomani tutti ospitati al motel Rebel (che ricorda il famoso Chelsea Hotel di New York); neri repubblicani che vogliono candidarsi a sindaco di Gentry, studentelli che lo hanno avuto come insegnante; ricchi alcolisti; il figlio di Stella che entra ed esce di galera, e altri ancora. E poi c’è Anna, la sua più fedele cliente che «ha così tanti figli e nipoti che potrebbe anche regalarli, ciononostante sono io a scarrozzarla ovunque». Lou, così si improvvisa anche un po’ assistente sociale e un po’ confidente, perché sulla Lincoln Town siede di tutto.

Un romanzo sostenuto da una scrittura brillante (ottimo lavoro di traduzione) in cui compaiono anche opossum albini, dischi volanti, improvvisi viaggi nel tempo. Una storia del Mississippi, Stati Uniti, ma allo stesso tempo una storia universale perché le angosce esistenziali di Lou ci appartengono come ci appartiene la sua illusione. «Se fossi ricco mi trasferirei nel paradiso più buio della Terra, costruirei il telescopio più potente che possa permettermi, appenderei una bella amaca e non lavorerei più un giorno in vita mia, ma siccome non sono ricco mi toccherà passare da un lavoro di merda all’altro fino alla fine dei miei giorni».

(Lee Durkee, Last Taxi Driver, traduzione di Leonardo Taiuti, Black Coffee, 2021, p. 304, 18 euro. Recensione di Glauco Bertani).

Si ringrazia la Libreria del Teatro, via Crispi 6, Reggio Emilia.

 

I nostri voti


Stile narrativo
8
Teamtica
7
Potenzialità di mercato
7




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