La scuola al tempo del Coronavirus

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La scuola italiana all’epoca del Coronavirus è una scuola rigorosamente a distanza. Con docenti e professori che, via internet, caricano di compiti le famiglie di bambini e ragazzi. Attraverso il registro elettronico o senza. Nonostante non tutti i docenti siano preparati alle nuove modalità, tutti ci provano: sono costretti. E i file di compiti vengono spediti, anche se non tutte le famiglie sono pronte a recepirli.

Naturalmente, tutto in perfetto stile italiano: ogni scuola procede in ordine sparso. Liberamente. In regime di simpatica concorrenza. Con dirigenti scolastici che si muovono in ordine sparso per far vedere che, nonostante l’epidemia e la chiusura delle scuole, la scuola va avanti. Anche se non è più scuola. Anche se è chiusa. L’importante è far vedere che non si sta con le mani in mano. Magari si posta anche solo un video su Facebook per dire ai propri alunni: “Ciao bambini!”

Il ministro all’istruzione Azzolina li incita, i dirigenti scolastici. Pare saranno giudicati anche per questa loro capacità scomposta di mobilitazione didattica creativa. Lo stesso, diligentemente, fanno tanti dirigenti scolastici coi docenti sottoposti. Anche con false notizie: come quella che, in caso il registro elettronico di classe non fornisse compiti alle famiglie ogni giorno, – materia per materia, ora per ora, minuto per minuto, – lo stipendio dei docenti potrebbe essere tagliato.

Così si moltiplicano le iniziative fai-da-te della scuola on line fai-da-te. Virtuose. Bellissime. Paradossali. Utili. Inutili. Ridicole. Eccetera.

I bambini hanno bisogno di ascoltare la voce delle maestre? Hanno bisogno del contatto visivo? Via, allora, con audio e video in rete per salutarli, rassicurarli, raccontare loro favole o lezioni a distanza.
Anche se loro, a dire il vero, i bambini e i ragazzi, spesso sembrano più tranquilli dei loro docenti. Via all’invio di mezzi busti o busti interi di prof e insegnanti tra il perplesso e il sorridente che si improvvisano fotomodelle con la ricrescita.

Di tutto, di più: questa la regola aurea. Comunicare, comunicare, comunicare. Anche se la didattica digitale, almeno per la primaria, dovrebbe essere un consiglio, non certo un’imposizione. Anche se magari c’è ben poco da comunicare, tranne la propria apprensione. Anche se via video non si è capaci neppure di comunicare bene.
Qualcosa resterà. Qualcosa è sempre meglio di niente, sembrano dire tutti. Anche se non è così, naturalmente.

Sicuri che tutto questo scomposto cancan didattico multimediale non li spaventi, bambini e ragazzi, invece di tranquillizzarli? Che la già fumosa autonomia scolastica, in rete, non si trasformi in parodia della scuola e massima confusione? Che oltre alla pandemia non si scateni tra i docenti quel famoso virus dell’ansia da prestazione che genera in chi li vede e ascolta solo sorrisi imbarazzati?

Cari docenti, grazie di tutto quello che fate ogni giorno, ma calma, calma, calma. Quest’anno, il programma, non lo finirete né voi né i vostri colleghi: mettetevi il cuore in pace. E mostrate un po’ di pietà per le famiglie e per gli studenti italiani. Dopo questa esperienza a casa da scuola, che certamente ricorderanno per tutta la vita, non diventeranno adulti peggiori. Basta scaricare su di loro vagonate di compiti e pagine da studiare. Un po’ di contegno, diamine! Lasciamo loro anche il tempo di annoiarsi un po’, di sognare, di chattare con gli amici, di leggere quello che vogliono, di guardare film, di non far nulla, di giocare, di far qualcosa insieme ai loro genitori che non sia un compito. Insomma, lasciamoli un po’ in pace. Tranquilli. Non sono giorni facili neppure per loro.




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