La decadenza dell’Occidente cristiano

78 Cop Osborne Nella polvere
7.3

Il deserto dello scrittore inglese Lawrence Osborne non è il deserto dello yankee Paul Bowles, è un deserto metafora della decadenza ostentata e lasciva dell’Occidente cristiano. Nello ksar di Azna in ristrutturazione vicino a Tafnet, collocata ai confini sud orientali del Marocco poco lontano da Erfoud, provincia di Errachidia, regione di Drâa-Tafilalet, Richard e Dally, coppia omosessuale, hanno organizzato uno dei loro famosi e chiacchierati week end di festa a base di lusso e lussuria, di cocaina e marijuana, champagne e piatti sopraffini, serviti da camerieri autoctoni. Eventi che arrivano sulle pagine di riviste trendy e anche del New York Times.

David e Jo Henninger, atterrati a Tangeri, lui medico alcolizzato, lei scrittrice di libri per bambini, con vena creativa inaridita quanto un deserto, sono tra gli invitati all’esclusivo party ad Azna, inesistente ksar quanto la cittadina di Tafnet.

Infilati i guanti traforati David, alla guida di una vecchia Toyota Camry presa a noleggio dell’Avis di Tangeri, parte con Jo per un viaggio che sarebbe dovuto filar liscio come l’olio, ma così non sarà. Nella notte di luna, di sabbia e polvere sollevata dal vento e di venditori abusivi di fossili succede qualcosa che non muterà la destinazione ma cambierà ciò che sarebbe dovuto essere, per la coppia britannica, il week end esotico, un invito accettato con noia english. Da qui in poi la decadenza malata dell’Occidente messa in scena tra le mura ristrutturate dello ksar sotto gli occhi del cameriere Hamid – da sette anni con Richard e Dally che «prima di andare a casa loro aveva fatto il cuoco in un albergo di Madrid e di quel lontano periodo gli era rimasta la capacità di trattare gente che nella vita aveva avuto ben poche difficoltà» si specchierà parallela al mondo che la circonda, atavico austero ostile miserevole, ma bisognoso dei dollari degli Infedeli.

Un romanzo con venatura noir e molta suspense, che non sgonfierò raccontando che la coppia british, alla ricerca della strada per Tafnet, investe un ragazzo creduto (a torto? a ragione?) un rapinatore. Il cadavere lo portano dentro le mura dello ksar. Scompiglio e severa riprovazione da parte del pingue Hamid che «era un’enciclopedia di proverbi locali in base ai quali dirigeva il corso della propria esistenza modesta». Driss, si chiamava il ragazzo morto, ed era stato a Parigi in cerca di fortuna dove, racconta all’amico Ismael, fumando kif da qualche parte a Efourd, di aver visto soprattutto salopes europee.

Mentre la trama si sviluppa e l’ordito si disvela, il lettore viene rapito dalla scrittura capace di far sentire fra i denti la polvere e la sabbia, il caldo terribile e le notti fredde come il lucore lunare; ode il rumore di un fiume che scorre poco lontano, delle ruote della Toyota scassata che sobbalza pericolosamente inerpicandosi sui monti dell’Atlante, trasportando cinque uomini verso un destino, inteso come fato, misterioso, in un mondo fatto di opposti e di dignità muta e tagliente e di povertà inimmaginabile.

Affascinate e tragico.

(Lawrence Osborne, Nella polvere, traduzione di Mariagrazia Gini, Adelphi, Milano 2021, pp. 285, 19,00 euro. Recensione di Glauco Bertani).

Si ringrazia la Libreria del Teatro, via Crispi 6, Reggio Emilia.

I nostri voti


Stile narrativo
8
Tematica
7
Potenzialità di mercato
7




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