Il ristoro non serve al mercato

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Le vetrine sfondate al negozio di Gucci a Torino sono specchietti per le allodole agitati da chi non vuol capire. Delinquenti, certo, e per nulla giustificabili sono quei giovani armati di grosse pietre e bombe carta. Ma la loro rabbia non va confusa con le ragioni profonde della protesta, che sono in larghissima parte rivendicate da micro imprenditori perbene, gente abituata a lavorare per vivere e che oggi rischia di ritrovarsi in mezzo alla strada a causa delle misure restrittive del governo.

Sgombriamo il campo dagli equivoci: l’autunno caldo del 2020 italiano appartiene alla sfera pienamente democratica del dissenso. Cosa sarebbe la democrazia senza il diritto di scendere in piazza a protestare contro misure considerate non solo inique ma devastanti?

Le violenze appartengono di norma a interessi certi. Senza scomodare le vecchie tesi di Francesco Cossiga, il Kossiga con la kappa degli anni Settanta, secondo cui la violenza politica doveva essere combattuta con l’infiltrazione dello Stato nei gruppi armati e la loro successiva repressione con il largo consenso dell’opinione pubblica, vetrine sfasciate e bombe carta delegittimano la protesta corretta e pacifica sino a annientarne il significato. Così accadrà certamente anche nella nostra Italia martoriata: più vetrine rotte, più condanna della popolazione. E di conseguenza mano libera al governo per l’assunzione di misure ancora più stringenti, che diverranno presto inevitabili.

La logica del “ristoro” maneggiata da Giuseppe Conte evoca il metodo ormai classico di questo esecutivo, dove prevale la vocazione assistenzialista priva di strategia. Il populismo all’italiana si declina soprattutto con risarcimenti e mancette, buono per indorare la pillola all’elettorato e del tutto inutile per combattere la caduta del Pil e del reddito di centinaia di migliaia di italiani.

Il premier e i suoi compagni non hanno la minima idea di come vada gestita una piccola o micro-azienda. Il ristoro non serve a nulla quando hai azzerato il mercato. I micro imprenditori o le partite Iva non hanno alcuna delle garanzie che possiedono i dipendenti pubblici o i titolari di un posto sicuro.

È un sistema che si regola sulla legge della domanda e dell’offerta. Puoi ricevere un indennizzo per il mese di novembre, ma sugli indennizzi non costruisci alcunché. La linea del governo è insopportabilmente paternalistica: ti chiudiamo oggi per salvare il Natale, così almeno potrai piangere sulle spalle dei parenti.
Conte e compagni, nella loro imbarazzante presunzione, credono di poter dispensare agli italiani concessioni prese a prestito dal religioso e dal soprannaturale. Ascolti Di Maio prometterti che potrai vedere i parenti a Natale, appunto, e che questo accadrà se oggi accetterai di chiudere bottega e di aspettare il ristoro. Siamo in pieno delirio di onnipotenza, vicini a un’idea di Stato totalitario che sovrasta le esistenze dei singoli e se ne fa carico – o meno – perfino nel salotto di casa.

Il virus nel frattempo accelera e si diffonde con sempre maggiore velocità. Il governo non ha fatto quasi nulla di quanto promesso nella scorsa primavera. Mancano medici e personale sanitario. Il vaccino è lontano e al momento rappresenta una chimera. Negli ospedali iniziano a mancare i posti in terapia intensiva e i respiratori. Sul contact tracing siamo ancora indietro: tempo pochi giorni e saremo di nuovo con l’acqua alla gola.

Risuona la domanda fatale: salvare la vita o l’economia? La salute prima di tutto, si dice, ed è ovvio. Ma che vita è senza lavoro, senza mezzi, senza cultura, tutti distanziati con la mascherina? Si avvicina il secondo lockdown, altro che il Natale di Di Maio, e la notte si annuncia assai lunga. L’anno che sta arrivando tra un anno passerà. Ci stiamo preparando ma non è più una novità.

 




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