Il palazzone o la Reggia di Rivalta?

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La Reggia di Rivalta non è e non può essere solo di Rivalta o solo di una Associazione. Il luogo diventa un investimento di tutta e per tutta la città. E’ impossibile pensare che il dibattito che ne scaturisce debba accontentare tutti, perché ognuno ha interessi, competenze e pulsioni diverse che non è possibile tenere insieme senza vanificare una corretta idea di fruizione della Reggia stessa. In questi lunghi anni l’associazione “Insieme per Rivalta” ha lavorato bene ed ha presidiato, valorizzandolo, un luogo particolarmente esposto alla incuria e al degrado. Altra precisazione: io sono uno dei tanti che in questo momento sta esprimendo una semplice opinione, ma anche un amministratore della cosa pubblica e un volontario della Associazione. Questa opinione l’ho espressa anche nei giorni scorsi sul valore della opera “Bretella di Rivalta”, opera anche questa che non appartiene solo ai rivaltesi ma a tutta la città. Purtroppo, in questi giorni, nelle priorità delle notizie il tema della salute e della vivibilità di una intera frazione e della risposta ad un tema di viabilità posto da migliaia di automobilisti che ogni giorno si recano a lavorare passando per Rivalta è un po’ passata in cavalleria. Eppure anche questo aspetto potrà aiutare, e non poco, la fruizione della Reggia quando essa diventerà un polo di attrazione e un polmone di tutta Reggio Emilia.

Io ho idee un pò diverse da quelle che in questi giorni sono state espresse da normali cittadini, da aspiranti esperti e da esimi esperti di questo e anche altri settori. Tutto parte dalla dicotomia fra “Reggia” e “Palazzone”, che sono la stessa cosa, ma rappresentano due mondi, due concezioni, due vissuti diversi se non opposti. Quello della Reggia in un’epopea, l’età degli Estensi, dove i “signori”, pur quanto illuminati potessero essere, governavano territori su schiere di contadini non ammessi ai festini. Ricchezza, opulenza, potere contro fame, povertà, malattie e sfruttamento. E quello del “Palazzone”, dove un nuovo mondo di povertà dignitosa ed operosa dei contadini ed uno di riscatto ed emancipazione degli operai convivevano in un “crogiuolo” sociale che è diventata la ricchezza della nostra terra.

Penso che questa dicotomia debba essere recuperata per intero, e da quello che ho visto sul progetto, penso che l’obiettivo sia stato perseguito dai progettisti. Giusto recuperare la Reggia o quel che ne rimane, per seguire il filone storico, giusto recuperare una parte di giardini per dare il senso di come dovevano essere e non sono più, ma giusto recuperare anche la parte legata ad una storia più recente di persone e famiglie che hanno coltivato queste terre, magari dando il senso che anche i campi coltivati con essenze e colori possano, anzi debbano, far parte del paesaggio.

La Reggia intesa come Palazzo a mio avviso dovrebbe essere restaurata per conservare il bene solo per la parte che può dare continuità a una presenza come quella della Associazione, in una ristrutturazione parziale interna e in una ripresa figurativa dell’esterno. Va tutto bene, quindi? No, non dico questo. Ci sono una zona sportiva isolata, un laghetto difficilmente fruibile e soprattutto il “giardino segreto”, dove pulsa ancora la vita di tanti volontari e dove si deve arrivare a compromessi che soddisfino e non vanifichino il loro grande impegno. La considerazione finale che mi sento di esprimere su un lavoro che apprezzo, anche se con alcune riserve, riguarda il criterio che deve essere il faro di ogni buon amministratore: non si possono più fare investimenti senza un piano industriale di gestione del bene che possa reggere nel medio-lungo periodo. Il tema è analizzare oggi la proposta, cercando di capire se la sua gestione economica possa garantire la sopravvivenza nel tempo dell’investimento stesso. Pena la sostanziale inutilità dell’opera. Questo un buon amministratore lo sa, e sa anche che si devono recuperare nei limiti del possibile tutte le preziose disponibilità dei cittadini senza creare disparità di trattamento con le altre lecite richieste che il territorio esprime.

Giorgio Campioli