Il bollino patriottico

adesivo Negozio Italiano di Futuro Nazionale – FNRE

C’è qualcosa di profondamente provinciale e insieme pericolosamente familiare nell’idea lanciata da Roberto Vannacci e dal suo contenitore Futuro Nazionale: distribuire gagliardetti “negozio italiano”, come se l’identità fosse un’etichetta da vetrina, un bollino da apporre accanto al registratore di cassa, una certificazione di purezza commerciale.

Il punto, prima ancora che politico, è cognitivo. Si fatica a capire dove finisca la caricatura e inizi il progetto. Perché immaginare di “stabilire fisicamente” la realtà nazionale del piccolo commercio significa non aver compreso né cosa sia oggi un’economia aperta, né come funzioni una società minimamente complessa. O forse lo si è compreso benissimo, e si è deciso di ignorarlo in favore di un riflesso identitario che ha il sapore stantio delle paure novecentesche.

Naturalmente il tutto viene ammantato di difesa del “nostro”, di tutela del tessuto locale, di resistenza culturale. Parole rispettabili, se non fosse che qui scivolano con sorprendente facilità verso un nazionalismo da corsia preferenziale: prima il negozio “italiano”, poi – perché no – il cliente “italiano”, poi il quartiere “italiano”.

Il passo tra promozione ed esclusione, in queste operazioni, è sempre più breve di quanto i promotori fingano di credere. E infatti la logica sottostante è elementare: segnalare, distinguere, separare. Una pedagogia della diffidenza che suggerisce neanche troppo implicitamente di evitare il ristorante etnico sotto casa, di guardare con sospetto il centro estetico gestito da cinesi, di interrogarsi sull’origine di chi sta dietro il bancone. Con l’ulteriore paradosso, quasi comico, di dover distinguere tra un McDonald’s e il suo gestore, come se la globalizzazione potesse essere smontata con un adesivo tricolore.

Qui l’ironia lascia spazio a qualcosa di meno leggero. Perché la memoria europea – quella vera, non quella evocata a comando – conosce fin troppo bene la grammatica della segnalazione. I negozi marcati, le appartenenze rese visibili, il sottinteso che diventa presto esplicito: “state alla larga”. Il salto semantico verso i “judenfrei” non è una provocazione gratuita, ma un riflesso storico che dovrebbe imporre cautela, se non pudore.

Il generale Vannacci, con il piglio di chi crede di parlare a nome di una maggioranza silenziosa, sembra invece indulgere in una semplificazione che è insieme politica e culturale. Ridurre l’identità a una bandierina significa non solo banalizzarla, ma trasformarla in strumento di esclusione. E soprattutto tradisce una certa nostalgia per un ordine chiuso, controllabile, dove il diverso è visibile, catalogabile, possibilmente evitabile. Il piccolo commercio italiano – quello reale, fatto di fatica, adattamento, contaminazione continua – meriterebbe ben altro che un gagliardetto. Meriterebbe politiche serie, non simboli facili. Perché non è difendendo una vetrina con un’etichetta che si salva un’economia. E nemmeno una cultura.

Quanto al generale, viene il sospetto che scambi la complessità per disordine e la chiusura per identità. Un errore comprensibile, forse, per chi è abituato alle mappe. Molto meno per chi pretende di ridisegnare la società.

 

nicolafangareggi.substack.com




C'è 1 Commento

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  1. paolo

    Certo che mentre qui ci si preoccupa per la pagliuzza, in Germania stanno facendo programmi ben più ambiziosi e aggiungo pericolosi… un esercito enormemente potenziato che si propone a guida dell’europa… per andare dove?… meglio defilarsi dalla gentaglia , magari rimanendo piccoli , poveri e irrilevanti, tira una brutta aria per l’europa unita, perlomeno questa europa unita.


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