L’immagine del Buon Pastore è una delle più note del Vangelo, ed è amata perché è simbolo di tenerezza, di perdono, di un amore che si esprime nell’ascolto reciproco: “Conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me”. Vi è un recinto, ma con le porte aperte per accogliere: “Ho altre pecore che non provengono da questo recinto; anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce…“. L’ascolto delle pecorelle diventa obbedienza fiduciosa, perché sanno che il pastore è pronto a dare la vita per loro (Gv 10).
Nell’antichità, i re venivano chiamati pastori del loro popolo: ma quanti abusi, quanta violenza, quanta ricerca di denaro e di potere a scapito dei sudditi! Gesù, nel vangelo, ha parole taglienti come spade, quando si accorge che anche i discepoli più intimi seguono questo modello: “Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mt 20,25-27).
Ancora più severa è la parola conservata dal vangelo di Giovanni: “Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti” (10,8). Gli fa eco il successore di Pietro, papa Leone XIV, che nel suo viaggio nel Principato di Monaco, uno dei templi del potere economico, ha detto: “Le guerre che insanguinano il nostro presente sono frutto dell’idolatria del potere e del denaro”; concetto ripetuto più volte durante il suo viaggio in Africa, fino a procurarsi la reprimenda del vicepresidente degli Stati Uniti, che gli ha ricordato che sant’Agostino riconosce una priorità all’amore verso sé stessi, prima di quello per gli altri. Ma non si tratta della certificazione dell’egoismo: il vero amore di sé è accettare e seguire il progetto di Dio su di noi. Come Gesù, che ha seguito la volontà del Padre fino alla morte in croce. Se oggi abbiamo una speranza, se continuiamo a cercare il bene e il giusto, è proprio per questa nuova origine, che abbiamo ricevuto nella fede.
Appare ancora una volta il grande tema del rapporto tra fede e storia, tra appartenenza alla Chiesa e impegno politico. Un altro aspirante censore di papa Prevost lo ha esortato a occuparsi della morale e a non fare politica. Ha ricevuto una risposta, facile da dire, un po’ meno da mettere in pratica: “Non voglio entrare in un dibattito. Il mio messaggio è il Vangelo e continuo a parlare forte contro la guerra”.
Penso che la nostra strada la troviamo se teniamo presenti due princìpi, che vengono appunto dalle Sacre Scritture. Il primo ce lo ricorda san Pietro: “Comportatevi con timore di Dio nel tempo in cui vivete quaggiù come stranieri” (1Pt 1,17). Siamo stranieri, la nostra patria e la nostra speranza sono altrove. Ci vengono affidati dei talenti, è doveroso impegnarsi per il bene comune, ma denaro e potere non debbono diventare degli idoli. Gesù fa un’affermazione ancora più forte: se siete pastori, e ciascuno lo è per la sua parte, dobbiamo imitare lui, il vero e unico pastore buono: “Il buon pastore dà la propria vita per le pecore” (Gv 10,11).






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