I peggiori anni della nostra vita

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L’anno 2020 che va chiudendosi è già da tempo considerato per convenzione il peggiore della nostra vita.

L’irruzione del Covid-19 nella storia umana ha costretto società e individui a modificare progetti e aspettative, politiche globali e locali, e ha indotto noi stessi a consistenti cambi d’abitudine. In Italia, sinora, la pandemia ha lasciato sul terreno oltre 73mila persone: un’enormità. Sappiamo tuttavia che quel numero è destinato a salire rapidamente. Stanno arrivando le prime dosi di vaccino mentre le cure contro la malattia continuano a latitare. La maggioranza dei medici si esprime con parole di buonsenso: occorre vaccinarsi per tentare di spegnere l’infezione virale; peraltro non serve alimentare sogni miracolistici, tantomeno in breve tempo. La campagna di vaccinazione sarà lunga, le morti non cesseranno a breve, i contagi neppure. Nella quotidianità saremo chiamati a convivere ancora con distanziamento e mascherine. Il sogno di un ritorno “a come era prima” resterà tale. Senza dubbio nella lettura futura della storia questo periodo di emergenza stabilirà un prima e un dopo. Per molti, gli anni che stiamo vivendo saranno classificati come i peggiori della nostra vita.

Negli auguri di inizio anno che ci si va scambiando in queste ore non manca il riferimento al disgraziato 2020, reo non solo di avere portato il Covid ma anche morti illustri, terremoti, esplosioni simil-nucleari, stragi, attentati, incendi, dolore, odio e violenza. Ci si accorge di essere fragili nella ricerca di un approccio a una vita nuova. Brancoliamo nell’incertezza. Per molti, magari non colpiti dell’infezione, gli effetti del virus sono stati comunque nefasti. Chi ha chiuso l’attività, chi si è trovato travolto dai debiti, chi ha perso il lavoro, chi credeva di avere raggiunto una posizione serena e si è scoperto ridotto in semi-povertà. Oltre ai poveri di sempre, quelli che non mancano mai.

Nella memoria degli italiani resteranno le immagini dei camion dell’esercito carichi di bare in fuga da Bergamo alla caccia di un luogo per lo smaltimento. Ma non meno terribili sono i chilometri di persone in coda per ottenere un pasto caldo alla onlus Pane Quotidiano di Milano, segno tangibile di una sconfitta politica e sociale di cui le istituzioni sono le prime responsabili.

Non è un Paese evoluto quello che non sa che fare dinanzi alla malattia e alla miseria. I 73mila morti non sono figli del caos voluto dagli dei. I chissà quanti con le pezze al culo, espulsi dalla società, i giovani che non studiano e hanno smesso di cercare lavoro, i senzatetto, i disperati ormai arresi e travolti dalla durezza del vivere muoiono ogni giorno nella nostra indifferenza. Contiamo i numeri ma non vediamo chi accanto a noi soffre e abbandona la vita perché meno fortunato. E pensare che la nozione di fortuna è un tratto tipico di una certa Italia mai cresciuta abbastanza per generare cittadini e non sudditi, consapevoli di diritti e doveri. Persino il governo strizza l’occhio al folklore e non sa far di meglio che inventarsi le lotterie degli scontrini.

Tiriamo a campare. Sempre meglio di tirare le cuoia, diceva Andreotti, la grande anima nera della repubblica.
E amen.




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