I miei Maestri: Paura e Delirio

Urlo-di-Munch

Iniziai a lavorare come educatore, facendo diverse esperienze in diversi ambiti più o meno sfruttanti, anche se arricchenti dal punto di vista umano.
Capitai in una comunità di minori dove si succedettero due o tre coordinatori. Arrivò il terzo coordinatore, sembrava appena uscito da “Paura e delirio a Las Vegas”… Pelato, occhialini gialli, tatuaggi ovunque, muscoli e pettorali da campione cintura nera di judo, poche parole ed un sorrisino con occhi da sfinge che ti perforavano.
Mi avvicinai a lui, mi guardò e senza conoscermi mi disse “Ti spachi il cjaf frût” che in friulano significa “ti spacco la testa bimbo”… Rimasi a bocca aperta, mi spiegò che aveva lavorato in diversi ambiti dell’esercito, che per un periodo era finito a Tarvisio ed aveva avuto un comandante friulano…

Da lui imparai molto, come leggere i segni delle dinamiche di gruppo e su come funzionano le emozioni, lui le chiamava la cortina fumogena perché annebbiano la mente.
Accadde che una notte in cui ero in turno trovassi un ragazzo della comunità a fumarsi una sigaretta in struttura. Era ben piazzato in carne, gli dissi che non poteva fumare all’interno. Non aspettò un attimo, prese la rincorsa e mi diede un pugno. Passai tutta la notte in comunità con il terrore di prendere il resto.

Il mattino arrivò il coordinatore, io ero fremente di raccontare l’accaduto. Lui mi guardò e mi disse: “Il tuo turno è finito”, mi aprì la porta e mi invitò ad andare a casa e mi disse: “Ora a chi vuoi tirare il pugno tu?”. Ero arrabbiatissimo, oltre ad aver subito una violenza, non ero stato accolto nella mia sofferenza.

Me ne andai a casa, non riuscivo a dormire, decisi di andare a correre per sbollire la rabbia. Dopo la corsa, telefonai al coordinatore e gli dissi che avrei voluto tirare un pugno a lui… Lui mi disse in modo sarcastico e amorevole contemporaneamente: “Stellina”.
Questa esperienza mi insegnò un sacco a livello lavorativo, ma anche sul funzionamento delle emozioni afflittive… Quando siamo posseduti da quest’ultime non siamo presenti, agisce un meccanismo di difesa che non ci permette di essere presenti alla realtà appunto perché la funzione è reattiva a ciò che accade. Se accarezzo un cane impaurito, potrebbe vedermi come minaccia e mordermi. Quella sera non avrei dovuto intervenire, avrei dovuto aspettare che l’emozione passasse e poi affrontare assieme all’interessato l’accaduto, magari il giorno dopo, perché era arrabbiato e ferito per motivi suoi. In fondo stava trasgredendo, ma non stava mettendo in pericolo la vita di nessuno.

Le emozioni afflittive si sprigionano nel momento in cui la mente si attacca o rifugge qualcosa e la realtà viene quindi distorta. Se avessimo piena consapevolezza di ciò che accade non distorceremmo l’accaduto, se fosse sempre presente in noi il fatto che tutto è impermanente e inconsistente non esisterebbero le emozioni afflittive. Per rispondere a queste due leggi della realtà, noi esseri umani reagiamo in due modi, con l’attaccamento o la fuga e da lì tutte le nostre difficoltà ad accettare ciò che è.

Tutto è impermanente perché affronta un processo di vita e morte, ciò spaventa perché implica il non esserci più. Tutto è inconsistente perché è frutto di relazioni: ogni cosa che c’è è un prodotto della relazione di più fattori, compreso il nostro corpo umano. Sciolti da queste relazioni non esisteremmo, siamo aggregati.
Il mondo occidentale rifugge la morte proprio perché è fondato sul credere che la realtà è oggettuale (sciolta da tutto il resto) e materiale (esiste solo ciò che è visibile come oggetto separato).

In questo periodo di ansia e paura questa visione della realtà ci potrebbe sollevare un pochino, non siamo soli, non siamo separati dagli altri, facciamo parte tutti della stessa umanità, che sta soffrendo, di un pianeta che anch’esso è malato.
La guarigione parte da noi, nel nostro sentirci interi, parte della natura e dell’umanità che ci circonda. Non siamo separati.

Non siamo eterni con questa forma, come invece vorrebbe farci credere il paradigma esistenziale di quest’epoca. Siamo transitori, ma nel momento in cui portiamo attentamente la consapevolezza sul fatto che siamo connessi dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande e a tutto il resto, ci accorgiamo che siamo infiniti.
La cura per i tempi difficili che stiamo vivendo è l’interconnessione, l’interdipendenza.




C'è 1 Commento

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  1. Nataraja

    Trovo il tuo articolo di aiuto ,per questo periodo particolare storico che stiamo attraversando ,dove ogni certezza di controllo viene spazzato via dal invisibile minaccia , dove tutto si è fermato, dove la realtà da noi creata e stata completamente spazzata via , mettendo a nudo la nostra fragilità,la nostra mortalità, io credo (come tu ben descrivi nell articolo ) che la cura sia una visione planetaria di umiltà, dove l uomo è ospite del pianeta terra, dove la natura è anima Divinità benevola e malevola saggia e antica quindi , dobbiamo così ritornare a considerare il nostro pianeta. Grazie per il tuo articolo che condivide attimi del tuo vissuto e mi dai l’opportunità di condividere


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