Fede, autorità e ragione

eloisa_abelardo

Pietro Abelardo è nato presso Nantes nel 1079, morì nel 1142. Insegnò dapprima dialettica in varie località della Francia, poi teologia presso la scuola cattedrale di Parigi. Ebbe un notevole successo e fu seguito da innumerevoli discepoli.

A Parigi si innamorò di Eloisa, bella e coltissima, ebbe un figlio da lei, Astrolabio. Si dovette sposare per placare le ire dello zio di lei, volle comunque tenere nascosto il suo matrimonio, temendo potesse nuocere alla sua fama, quindi mandò Eloisa in convento; lo zio e i parenti, credendo che volesse sbarazzarsi di lei, si vendicarono facendolo evirare nel sonno.

Vergognandosi per l’oltraggio subito, Abelardo si fece consacrare a Dio assieme a Eloisa, per tutta la vita egli mantenne l’amore e l’affetto per Eloisa.

Dopo l’infortunio, Abelardo riprese con vigore il suo insegnamento in un luogo isolato a Nogent-sur-Seine, dove i discepoli lo seguirono e gli costruirono un oratorio che egli intitolò allo Spirito Santo o Paracleto (qualcuno a cui affidarsi, un consigliere).

Abelardo fu ricercatore del vero fin dalle sue origini, ricevendo spesso accuse di eresia.
Egli dava alla ragione il motivo e il perno della ricerca, infatti affermava che all’autorità bisogna affidarsi solo finché la ragione rimane nascosta; l’autorità per converso diviene inutile quando la ragione ha modo di accertare da sé la verità.

Egli affermava che una fede cieca, prestata con leggerezza, non ha nessuna stabilità ed è incauta e priva di discernimento. Si può credere se non a ciò di cui si ha discernimento.
La fede dettata dall’autorità è cieca, perlopiù pericolosa in quanto può dar origine ai più paurosi fondamentalismi.

La fiducia si costruisce in modo pratico e razionale per poi affidarsi ad un “Disegno benevolo” più ampio.

La fiducia a differenza della fede ha gli occhi ben aperti.
Abelardo attiro condanne di eresia, perché il suo mettere al centro la ragione e la ricerca mette in scacco la fede cieca nell’autorità.


Anche nella sua ultima opera incompiuta Abelardo nel “Dialogo tra un filosofo, un giudeo e un cristiano”, fa emergere che il terreno d’incontro è la ragione, postulando un incontro inter-religioso ante litteram.

La fiducia è un pratica che porta a ricercare ad osservare, con la ragione posso decidere a chi affidarmi, a chi arrendermi, rimane comunque, nonostante ciò, attiva non cieca.
Posso decide di fidarmi del mio amico, ma in qualsiasi momento posso osservare il suo comportamento e quindi confermare la decisione iniziale o sospenderla. Lo stesso atteggiamento possiamo averlo nei confronti del divino. Tale atteggiamento è utile per non raccontarsi la favola del Dio con la barba bianca. Il divino è qualcosa che riguarda più la nostra interiorità, che la nostra esteriorità. Gli strumenti d’indagine rimangono anche per la nostra interiorità la ragione e la ricerca.




Ci sono 2 commenti

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  1. Corvo Viola

    Caro Mauro, ti ringrazio, cerco di masticare ciò che ho appreso e restituirlo masticabile anche per altri… Arricchisco con la mia esperienza di vita. Ad ogni modo spero di incuriosire chi legge. Ti ringrazio e ti abbraccio forte…

  2. mauro

    Bentornato, trovo i tuoi articoli interresanti e stimolanti per stuzzicare la curiosità,Fede autorità e ragione ; La vita
    di Pietro Abelardo e della bella Eloisa non la conoscevo la storia, interessante che tu abbia scritto di questo personaggio delle sua vicende del suo vissuto che farebbero parlare a lungo la cronaca dei nostri tempi, ma quello che è interessante è come cogli il suo insegnamento e lo riporti ai tempi nostri.
    Quello che io trovo centrale nel articolo è il ragionamento, sul paragone fra i pericoli nella fede cieca e il libero arbitrio, insomma penso se
    questa riflessione la riporto nel vivere di tutti i giorni può aiutare a essere nel qui e nel ora , più semplicemente vedere la vita senza il
    filtro dell’illusione, cosa non facile in questo periodo storico, comunque nel finale ci indichi gli strumenti ,che trovo utili e attuabili.


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