Fa della sua casa un ‘museo del rock’

foto_Mariano Freschi_La casa del rock_IMG_8832_bassa

Mariano Freschi abita in un piccolo paesino alle porte di Piacenza, a San Giorgio Piacentino, dove ha coltivato un sogno fin da quando era ragazzino. Un sogno che grazie alla passione sconfinata per il rock ha preso forma e che oggi ha deciso di condividere con il mondo intero.

Per ora, inizia con l’aprire le porte di casa sua – ribattezzata “La casa del Rock” –
ad altrettanti appassionati, offrendo loro la possibilità di ripercorrere la storia del rock attraverso un vastissimo patrimonio di memorabilia appartenute alle più grandi stelle della musica rock.

Mariano Freschi, però – già fondatore di “Made in Rock”, un’associazione senza scopo di lucro che ha come obbiettivo la promozione e la valorizzazione della musica rock e della cultura ad essa legata, sa anche che non potrà essere per sempre.
Consapevole che il concetto di “mi casa es tu casa” sia un filo azzardato – nell’ottica di voler continuare ad ampliare la propria collezione – lancia quindi un appello per trovare a “La casa del Rock” uno spazio più adeguato, sebbene il suo, sia un luogo unico in cui si respira in ogni momento della giornata lo spirito della musica che ha cambiato il mondo.
Dall’amplificatore di Keith Richards, alla batteria dei King Crimson, dall’armonica usata da Roger Daltrey in ‘Quadrophenia’ all’impianto utilizzato dai Free di Paul Rodgers al Festival dell’Isola di Wight del 1970; ma anche decine di migliaia di fotografie, poster, libri e riviste, che il collezionista piacentino ha raccolto nell’arco di oltre 40 anni di passione sconfinata.

Come hai selezionato i pezzi più prestigiosi? Sono tanti piccoli ritagli della tua vita, ma è un puzzle fatto di momenti di scambio e d’incontro con le stelle del rock, o di acquisizioni attraverso aste, amicizie, ricerche mirate?
<<Suonavo il basso da giovane, ma ero molto scarso e non ho mai potuto suonare la musica che amavo, perché nei primi anni ’70 dovevi fare il liscio se volevi che ti pagassero. Ho iniziato a collezionare le prime copertine dei dischi che preferivo, poi – accidentalmente – ho cominciato una collezione parallela, perché mi è capitato d’incappare in artisti che avevano suonato anche in band allora conosciute che mi chiedevano di “piazzare” il loro amplificatore: compravo alcuni pezzi per rivenderli, per poi acquistarne magari uno ma più prezioso.
Quando non c’era internet, in Italia c’era Secondamano e l’equivalente in Inghilterra: c’era gente che rastrellava queste cose; sono entrato in contatto con queste persone e pian piano mi sono inserito nel “giro”>>.

Sarà banale, ma c’è qualcosa cui sei particolarmente attaccato? L’oggetto, il momento in cui ne sei venuto in possesso, che fanno di quel pezzo il motivo per cui non ne rinunceresti mai? Quello che, se dovessi scappare improvvisamente da qui, salveresti, portando con te?
<<Tra i pezzi cui sono più legato, c’è sicuramente il VOX AC30 di Keith Richards del ’64 (un amplificatore valvolare per chitarra), perché c’è dietro una storia incredibile: il 24 giugno di quell’anno, a Blackpool, in Scozia, i Rolling Stones si esibirono in un concerto devastante. Alcuni scozzesi ubriachi riuscirono a scalare il palco per sputare sui componenti del gruppo e venne fuori un macello. E’ forse l’oggetto cui sono più affezionato e anche l’ultimo che venderei, ne fossi mai costretto: anche perché amavo gli Stones più dei Beatles e mi piace la ritmica di Keith Richards.
Poi, ho diversi amplificatori che sono arrivati qui grazie agli artisti stessi che me li hanno venduti: ad esempio, sempre un VOX AC30 ma del 1963, con cui gli Oasis e i The Verve hanno inciso il loro primo disco. Potrei andare avanti a lungo>>.

Canali molteplici, quindi, ma immagino si debba esser del mestiere per non incappare in fregature: come la mettiamo rispetto agli scettici? Hai la “prova provata” che gli oggetti siano davvero quel pezzo unico che dici di essere?
<< Sono un esperto di memorabilia, questo sì. All’inizio, me li hanno venduti loro, ho le loro lettere di accompagnamento e questo è già una “prova”. Molti, poi, li ho comprati all’asta: in Inghilterra ci sono case d’asta minori specializzate in questi prodotti – a cui possono partecipare compratori da tutto il mondo – che naturalmente certificano la provenienza. Altri articoli, invece, arrivano da persone sopra ogni sospetto; magari te lo vende il direttore di una casa discografica molto importante e vai sulla fiducia. Sulla stragrande maggioranza di questi oggetti, non c’è garanzia, ma chi si metterebbe a falsificare un flightcase? Non ne varrebbe la pena>>.

Curiosi o fan possono contattarti, venirti a trovare, sentirti raccontare aneddoti unici nel loro genere; indossare il cappello di Tom Petty o l’anello di Jimi Hendrix, provare a suonare il basso di Sting o la chitarra di Steve Vai; infilare il jack nell’amplificatore di Jimmy Page, piuttosto che giocare con il flipper appartenuto a Elton John.

Una collezione, la tua – già vastissima – che conta 45mila oggetti, se non sbaglio. Ma li hai contati? Ci vorranno giorni per vedersela in toto e godersela appieno. Perché non apri un bed and breakfast?
<<E sono stato scarso. Sono migliaia gli oggetti legati al mondo del rock che possiedo, ma all’interno di questo numero, ho una collezione più “raccolta” di pezzi che vengono proprio dal palco: una collezione nella collezione, che identifico come “Rock on stage”. Circa 400 oggetti storici tra strumenti, amplificatori, pedaliere o altri effetti, che hanno calcato i palcoscenici internazionali più importanti.
Mi sono buttato sugli amplificatori, perché costano meno di altre cose, vuoi per il peso ma anche per il volume. Ci sono molti altri oggetti che per me sono inavvicinabili. Non ho una collezione come quella di Paul Allen (che era il socio di Bill Gates), che è riuscito ad avere da Red Ronnie la chitarra che Jimi Hendrix ha usato a Woodstock. Il mio intento è diventato quindi quello di far sì che qualunque fosse l’oggetto che andassi a collezionare, diventasse un pretesto per parlare di quella band, di quella musica. Da qui, il sogno di creare un posto fisico spazioso dove mettere a disposizione, di curiosi e appassionati, una serie infinita di riviste, poster, foto, diapositive; dove potersi informare e dove poter studiare la storia del rock>>.

Quindi, la “Casa del Rock” è in cerca di una casa, dico bene?
<<Esatto, Il progetto culturale è formato, ma ci serve un posto adeguato. Io ho una casa grande, ma non ho ancora un posto dove posso far vedere tutto, dove posso mettere tutto “giù per terra”: alcune cose sono in magazzini sparsi. Solo la collezione “from stage” avrebbe bisogno di almeno 500 metri quadri per essere esposta al meglio. Per una collezione importante, serve un posto importante. Noi per adesso stiamo accogliendo, e solo su prenotazione, tecnici, giornalisti, operatori del settore; ai privati non è ancora aperto, sarebbe un suicidio, ma non appena riusciremo a trovare questa benedetta casa, attiveremo l’associazione in tutto e per tutto>>.

Noi? Perché, ricordiamolo, sei il fondatore di “Made in Rock”, che abbiamo già detto essere un’associazione senza scopo di lucro che ha come obiettivo la promozione e la valorizzazione della musica rock e della cultura ad essa legata.
Per traslare il concetto, citandoti, l’intento vuol essere quello di <<conservare la memoria e soprattutto diffondere la conoscenza della musica rock, della sua storia e dei suoi protagonisti, nelle generazioni che non hanno potuto vivere direttamente quel ”magnifico” periodo di attività musicali>>.

Chi ti affianca?
<<Gli oggetti sono un pretesto per parlare a tutti gli appassionati – ventenni o settantenni che siano – amanti del progressive, di hard & heavy, o di una delle innumerevoli anime che compongono la meravigliosa galassia del rock; che siano i Led Zeppelin o Santana, Simon e Garfunkel o i Beatles, The Who o i Rolling stones. Far conoscere ai giovani il più grande e variegato panorama musicale mai esistito, dando loro la possibilità di ascoltare e avere informazioni, su un genere musicale che ha fatto la storia – anche sociale e culturale – degli ultimi 60 anni e che molti di noi hanno avuto la fortuna di vivere direttamente. L’associazione opera grazie all’apporto di Stefano Prinzivalli per la parte di Comunicazione e Marketing. Con noi ci sono anche Simone Falavigna di Rock and Vintage e Roberto Gandolfi  di Vintage Authority; ed è prezioso il contributo anche di tutti gli altri soci che si coordinano su ogni altro aspetto>>.

Dunque, cosa si sono perse le nuove generazioni? Com’è cambiata la musica, ma soprattutto la formazione musicale negli ultimi decenni?
<<Purtroppo la musica che propongono ai giovani oggi è una musica che non ha qualità. Noi abbiamo avuto la fortuna di vivere un’adolescenza in cui c’è stata una concentrazione pazzesca – sia in termini temporali che qualitativi – di artisti, creatività, talento. Venti, trent’anni di cultura e musica che hanno influenzato qualsiasi altro ambito sociale.
Se leggi un testo dei Pink Floyd, a distanza di cinquant’anni sembra scritto ieri.
Quando eravamo giovani noi, le band venivano in tour per promuovere il disco nuovo. Oggi è il contrario, e visto che il disco non vende nulla, lo si fa per avere la scusa di andare in giro ad esibirsi, perché almeno si prova a tirar su due soldi. Poi, perdonami, ma hanno già scritto tutto quello che si poteva scrivere. Io sono uno che ascolta tutta la musica possibile, basta che ci sia una melodia: dal country, al soul, alla classica. Senza melodia non c’è emozione.
Se penso a testi come The sound of silence o Stairway to Heaven, ma anche Johnny Dorelli che interpreta L’immensità di Don Backy, mi vengono i brividi: tu dimmi un pezzo oggi ti fa venire la pelle d’oca?
La prima volta che portai qui i Deep Purple, il batterista mi disse una cosa che mi fece riflettere: se dopo cinquant’anni che suoniamo noi c’è ancora gente che paga per sentirci, la musica di oggi che valore può avere?
Poi, i ragazzi di oggi devono imparare a suonare uno strumento: per la formazione di un giovane è fondamentale>>.

In attesa di una casa definitiva, ammesso che non abbiate qualche location da proporre, per ammirare questa collezione straordinaria e ascoltare le incredibili storie che stanno dietro ad ognuno di questi pezzi unici e dalla viva voce del grande “Fast King”, per ora dovrete provare a scrivere una mail a info@madeinrock.it e sperare che Mariano vi conceda un giorno di visita, o che vi dia un compito per la vacanze.
Io, chiudo con quello che ha dato a me: ascoltare i Focus suonare “The House of The King”.

 




Non ci sono commenti

Partecipa anche tu