“Buon Natale a tutti i miei colleghi e sostenitori. Fate sapere che sono qui perché sono un difensore dei diritti umani”: sono queste le parole scritte su un foglio consegnato alla sua famiglia da Patrick George Zaki, lo studente egiziano dell’università di Bologna fermato lo scorso 7 febbraio dalla polizia all’aeroporto del Cairo, in Egitto, dove si era recato per trovare i suoi parenti e i suoi amici, e detenuto da allora nel carcere di Tora.
Il giovane studente, collaboratore dell’ong per la difesa dei diritti civili Eipr, è accusato di aver diffuso informazioni dannose per lo Stato nordafricano attraverso la sua pagina Facebook, di aver fomentato propaganda sovversiva, di aver pubblicato notizie false sui social network, di promuovere l’uso della violenza e di istigare al terrorismo: secondo Amnesty International rischierebbe fino a 25 anni di carcere.
Durante la visita in carcere della sua famiglia, Zaki – come hanno riportato gli attivisti della campagna “Patrick libero” – ha ricordato che all’inizio aveva pensato di essere stato arrestato per sbaglio e che sarebbe uscito non appena l’incomprensione fosse stata chiarita. Ora, dopo 10 mesi di detenzione e numerose udienze che hanno rinnovato la sua carcerazione, “è certo di essere stato punito per il suo lavoro, ha detto “che sia chiaro e che io sono qui perché sono un difensore dei diritti umani e non per un qualsiasi altro motivo inventato“.
Secondo gli attivisti che stanno seguendo la vicenda, Zaki avrebbe anche sottolineato che in ogni seduta del tribunale il giudice “fa le stesse domande e poi rinnova la detenzione”, oltre al fatto che l’unica volta che l’accusa ha mostrato i presunti post di Facebook “incriminati”, questi si sono rivelati essere post di altre persone e non le parole di Zaki stesso. “Si tratta di un semplice caso di vendetta e nient’altro”, ha commentato Zaki.
Zaki, che soffre di dolori alla schiena, stando ai report del network di attivisti si è finora rifiutato di visitare l’ambulatorio del carcere perché “ha un medico a Bologna di cui si fida e ha paura di farsi fare una diagnosi o di farsi prescrivere dei farmaci”.






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