Domande ultime

Le penseur de la Porte de l Enfer – Musée Rodin – W

Credevamo di costruire macchine sempre più intelligenti. Ci siamo accorti di conoscere ancora troppo poco noi stessi.

È uno dei paradossi più interessanti del nostro tempo. L’intelligenza artificiale rappresenta il punto più avanzato dello sviluppo tecnologico e scientifico. Mentre impariamo a costruire sistemi capaci di scrivere, ragionare, progettare e dialogare, riaffiora una domanda che sembrava appartenere al passato.

Per buona parte del Novecento l’Europa ha coltivato una fiducia profonda nel progresso. Le ideologie promettevano di interpretare la storia, la scienza sembrava destinata a spiegare ogni aspetto della realtà, la crescita economica e la società dei consumi offrivano un orizzonte di benessere senza precedenti. Molto di questo si è realizzato. Viviamo più a lungo, conosciamo di più, disponiamo di possibilità che le generazioni precedenti non avrebbero saputo immaginare.

Nello stesso tempo cambiava anche il rapporto con la religione. Dopo il Concilio Vaticano II e con il processo di secolarizzazione che ha attraversato l’Europa, la fede è diventata sempre meno un’appartenenza collettiva e sempre più una scelta personale. Le chiese si sono svuotate, ma soprattutto hanno smesso di rappresentare il luogo quasi esclusivo in cui una società cercava il significato della propria esistenza.

Molti hanno interpretato quel passaggio come il declino delle domande ultime.

Era il declino di un linguaggio, non delle domande.

Le domande sono uscite dalle chiese. Non sono uscite dall’uomo.

Hanno semplicemente cambiato indirizzo. Le incontriamo nella meditazione, nella psicologia, nella filosofia, nelle pratiche contemplative. Più spesso riaffiorano senza essere riconosciute.

Perché la nascita di un figlio cambia il nostro modo di guardare il mondo? Perché un lutto sfugge a qualsiasi spiegazione razionale? Perché una musica, un paesaggio o il volto della persona amata riescono a commuoverci fino alle lacrime? Perché, anche quando tutto sembra funzionare, continua ad affacciarsi la sensazione che manchi qualcosa?

Sono domande ultime travestite da esperienze quotidiane.

La scienza può descrivere con precisione ciò che accade nei circuiti cerebrali mentre proviamo amore, paura, dolore o meraviglia. Può misurare processi, correlazioni, impulsi elettrici. Più difficile è spiegare l’esperienza vissuta. Federico Faggin richiama spesso il tema dei qualia: il rosso che vediamo, il dolore che sentiamo, la gioia, la bellezza. Non i meccanismi che accompagnano queste esperienze, ma il fatto stesso che vengano vissute da una coscienza.

Non sorprende che proprio alcuni protagonisti della rivoluzione tecnologica abbiano iniziato a confrontarsi con questi temi. Federico Faggin riflette sulla coscienza. Peter Thiel, tra gli imprenditori più influenti della Silicon Valley, è tornato al pensiero di René Girard per interrogarsi sul desiderio e sulla natura dell’uomo. È il segno che, arrivata alla sua frontiera più avanzata, la tecnologia incontra ciò che non riesce a sostituire: l’esperienza umana.

L’intelligenza artificiale può descrivere il dolore senza soffrire. Può scrivere una poesia sull’amore senza amare. Può riconoscere la bellezza senza provarne lo stupore. Può simulare il linguaggio della coscienza. Non sappiamo se possa avere un’esperienza della coscienza. Questa incertezza dice qualcosa soprattutto di noi: stiamo cercando di costruire una mente artificiale mentre non siamo ancora in grado di spiegare fino in fondo la nostra.

Il progresso tecnologico non ha cancellato il bisogno di Assoluto. Lo ha reso più visibile. Non necessariamente come bisogno religioso o come ricerca di un dogma, ma come il desiderio che la vita non si esaurisca nelle sue funzioni biologiche, nella produzione, nel consumo o nell’accumulo di conoscenze. È la ricerca di un significato capace di tenere insieme ciò che viviamo.

Le grandi domande non appartengono al passato. Hanno avuto la pazienza di aspettarci.

nicolafangareggi.substack.com




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