Dal lockdown al coprifuoco

coprifuoco Milano

Cosa fosse il coprifuoco ce lo hanno insegnato i nostri nonni e i nostri genitori. Nella loro memoria era indelebile il ricordo di Pippo, il piccolo bombardiere alleato che terrorizzava le notti di chi viveva nel Nord Italia negli ultimi mesi della seconda guerra mondiale. Pippo volava a bassa quota e ogni tanto sganciava una bomba. Era un aereo o forse una pattuglia della Royal Air Force, ma soprattutto era una presenza spaventosa nella psiche degli italiani al di sopra della linea gotica.

Anche in ragione di questi ricordi, la definizione di “coprifuoco” assegnata da politici e media mainstream alle misure di contrasto alla diffusione del Covid mette inquietudine e suona sgradita alle orecchie più sensibili. Dal lockdown di ieri siamo passati al coprifuoco di oggi. Domani chissà. Intanto ricominciamo a chiudere il paese.

Il premier Conte, lo si diceva ieri, ha adottato una linea soft nelle misure anti-Covid perché teme di subire un calo di consensi in caso di ulteriore blocco economico. La condivisione di responsabilità ha prodotto in meno di ventiquattr’ore una reazione di ampia portata: la Lombardia, prima regione italiana per popolazione e ricchezza, entra da giovedì nella fase coprifuoco. Dalle 23 alle 5 tutti a casa, fatto salvo casi eccezionali. E chiusura nei weekend dei centri commerciali.

Il governatore lombardo Fontana ha parlato di “scelta anche simbolica”. Parrebbe una battuta ma non la è. Cosa ci sia di simbolico da evidenziare nella situazione data non è facilmente comprensibile. La è invece la preoccupazione per la forte crescita della catena dei contagi che, secondo le previsioni del comitato tecnico scientifico lombardo, porterebbe in poche settimane a far saltare il sistema sanitario della regione.

Coprifuoco dalle 23 alle 5, dunque. Lo stesso Fontana ha sottolineato che la decisione unanime degli amministratori della Lombardia non determinerebbe ricadute troppo pesanti sulle attività economiche. Anche questa sembra una considerazione piuttosto singolare. Esiste vita a Milano dopo le 23. Chiudere tutto per quell’ora non è privo di conseguenze.

Conseguenze commerciali, certo, e conseguenze sociali, alle quali probabilmente governo e amministrazioni locali non sono particolarmente attenti. Immaginate le coppie che vivono a distanza o che per qualsiasi ragione non possano raggiungere il partner prima delle 23. Vogliamo negare loro il diritto di incontrarsi e di stare insieme? Questa sì che sarebbe una clamorosa privazione della libertà individuale. Per non dire dei pendolari che rientrano a casa a tarda ora. Dentro e fuori Milano passano ogni giorno due milioni di persone. Il coprifuoco non è assolutamente facile da applicare.

L’altro aspetto dell’accelerazione lombarda riguarda – questo sì – il ruolo di modello esemplare a cui le altre regioni italiane tendono a uniformarsi. Si tratta di una fuga in avanti che, se da una parte piace a chi invoca misure più drastiche, dall’altra pone i governi nazionali e regionali davanti al confronto. Nei prossimi giorni, lo diamo per certo, altre regioni seguiranno la strada di Fontana e compagnia.

Basterà? Nessuno lo crede, né gli epidemiologi né i politici. Spira aria di pessimismo. Ci aspettano altri mesi pesanti. Misure più drastiche, compreso un coprifuoco più stringente o anche lockdown locali, sono considerate inevitabili dagli scienziati e dagli esperti. La vaccinazione di massa è ancora lontana. Il rimbalzino del Pil nel terzo trimestre non si confermerà a fine anno.

Serve tutto: denari da immettere subito nei presidi medici e nelle infrastrutture sanitarie, misure di rilancio per le imprese, riduzione al minimo della burocrazia imperante. E serve soprattutto la capacità di guardare al dopo Covid con gli occhi dell’ottimismo e di una possibile felicità. Perché gli umani usciranno anche da questa piaga sebbene nessuno, come è assai probabile, ne saprà poi identificare l’origine. Ma di certo ne usciranno.




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