Scrive in una nota il parlamentare reggiano del Pd, Andrea Rossi: “Fermiamoci un attimo a pensare: se si fossero chiamati gli amici del rock e non P 38, qualcuno avrebbe riconosciuto loro tutta questa attenzione? Così come se l’evento si fosse chiamato semplicemente “Su e giù per le feste dell’Unità” e se non avesse fatto un esplicito richiamo alle Brigate Rosse avrebbe ricevuto questa attenzione mediatica? E certamente, di questi tempi, se la bandiera fosse stata l’arcobaleno della pace, che vediamo ovunque, i musicisti non avrebbero fatto parlare di loro, come invece è avvenuto.
Nessuno quindi può mettere in discussione come, alcune volte, l’arte e la cultura contengano di per sé degli elementi di provocazione e di trasgressione rispetto alle norme sociali ed estetiche.
Se quindi non possiamo condannare l’estro artistico, il gusto per la provocazione o l’intraprendenza, è doveroso fare differenze: qui stiamo parlando di un’altra dimensione, più ampia, di giudizio.
Perché quel che è accaduto al circolo Arci tunnel è qualcosa di odioso e ingiustificabile. Non esistono giustificazioni di alcun tipo per un evento che non può trovare spazio in un Paese che ha pagato un prezzo altissimo in termini di vite umane, di dolore, di vicende ancora aperte, negli anni del terrorismo.
E proprio perché il nove maggio celebriamo il ricordo delle vittime del terrorismo, non va dimenticato che le Brigate Rosse sono legate a una scia di sangue e di morti, reali, concrete non cinematografiche, non letterarie; con famiglie che hanno subito lutti enormi, persone che quando non sono morte sono state gambizzate o minacciate.
Sono convinto che come già accaduto, per rispetto nei confronti della storia, una realtà come Arci saprà assumere nei confronti del Circolo gli opportuni e i necessari provvedimenti. Banalizzare il male è una tentazione forte di un mondo che si appoggia molto sul virtuale, dove tutto sembra possibile, dove la storia è appiattita in una confusione generale che rende i fatti continuamente mescolati alle opinioni, e dove la non conoscenza dei fatti si mescola alla volontà di disinformazione tipica del web. La condanna non può che essere ferma”.






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