Nella mattinata di venerdì 28 gennaio a Roma si è aperta la quinta giornata di votazioni per l’elezione del tredicesimo presidente della Repubblica, con il Parlamento riunito a Montecitorio in seduta comune (Camera e Senato) con l’aggiunta dei 58 delegati regionali. A gestire le operazioni di voto è il presidente della Camera Roberto Fico, affiancato dalla presidente del Senato Elisabetta Alberti Casellati.
Avendo ormai oltrepassato le prime tre votazioni, il quorum necessario per stabilire chi sarà il nuovo inquilino o la nuova inquilina del Colle si è abbassato stabilmente, passando dalla maggioranza dei due terzi degli aventi diritto di voto (673 preferenze) alla maggioranza semplice del 50% più uno degli aventi diritto, ovvero a quota 505 voti validi.
Ma la situazione è quantomai incerta, con i partiti politici ancora impegnati in un complicato tetris di strategie e veti incrociati.
Nel primo pomeriggio di giovedì era andata a vuoto anche la quarta votazione per la scelta del nuovo capo dello Stato. Pur non cambiando l’esito complessivo rispetto alle tre votazioni precedenti, con il mancato raggiungimento del quorum e una prevalenza di schede bianche (261), a Montecitorio si sono registrati importanti segnali politici.
A cominciare dall’astensione (annunciata in mattinata) del centrodestra, che ha rinunciato quasi in blocco ad esprimere una preferenza: si spiegano così i 441 astenuti della quarta votazione. Ma anche sul fronte dei voti validi ci sono stati scossoni: la maggioranza di questi ultimi è andata al presidente della Repubblica uscente Sergio Mattarella (166 voti), che ha preso il triplo delle preferenze del magistrato Antonino Di Matteo (56 voti, in gran parte riconducibili ad Alternativa c’è, la componente del gruppo misto formata dagli esuli del Movimento 5 Stelle). Meno di una decina di voti ciascuno, invece, per altri candidati come Manconi, Cartabia, Draghi e Amato.







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