Giovedì 27 gennaio anche la quarta giornata di votazioni per l’elezione del tredicesimo presidente della Repubblica italiana si è conclusa con un sostanziale nulla di fatto. Nonostante l’abbassamento del quorum, sceso dopo le prime tre votazioni da 673 a 505 voti (pari alla maggioranza semplice del 50% più uno degli aventi diritto di voto), non è cambiato l’esito finale: fumata nera, prevalenza di schede bianche (al termine dello spoglio ne sono state conteggiate 261), ma importanti segnali sul fronte del posizionamento strategico dei partiti e dei singoli gruppi parlamentari.
A cominciare dall’astensione (annunciata in mattinata) del centrodestra, che ha rinunciato praticamente in blocco ad esprimere una preferenza: si spiegano così i 441 astenuti di questa votazione. Ma si sono registrate novità anche sul fronte dei voti validi: la maggioranza dei quali – circa il 30% del totale – è andata all’attuale capo dello Stato Sergio Mattarella (166 voti), il triplo del magistrato Antonino Di Matteo (che ha raccolto 56 voti, in gran parte riconducibili ad Alternativa c’è, la componente del gruppo misto formata dagli esuli del Movimento 5 Stelle). Meno di una decina di voti, invece, per altri candidati come Manconi, Cartabia, Draghi e Amato.
Sono stati 20 i voti cosiddetti “dispersi” (quelli andati a candidati o candidate che hanno ricevuto una sola preferenza),cinque invece le schede nulle.

A fronte della quarta fumata nera consecutiva, il Parlamento – riunito in seduta comune Camera-Senato, con l’aggiunta dei 58 delegati regionali – è stato riconvocato alle ore 11 di venerdì 28 gennaio per la quinta giornata di votazioni, in occasione della quale il quorum per l’elezione del nuovo capo dello Stato resta fissato a quota 505 voti.







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