Nel corso dell’udienza preliminare davanti al tribunale di Bologna che vede indagato Paolo Bellini, ex esponente di Avanguardia Nazionale ritenuto uno dei possibili esecutori materiali della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, l’attentato terroristico che quel giorno costò la vita a 85 persone, i difensori di parte civile – gli avvocati Andrea Speranzoni, Roberto Nasci e Lisa Baravelli, che assistono l’associazione dei familiari delle vittime – hanno depositato una memoria per analizzare vari aspetti delle indagini.
Secondo i legali il giorno dell’attentato Bellini “predispose e orchestrò un falso alibi a sostegno della propria linea difensiva di estraneità alla strage, e fu spalleggiato dal suo clan familiare in cui spicca la figura del padre, Aldo Bellini (legato all’allora procuratore di Bologna Ugo Sisti) nella condotta di sviamento delle indagini”.
Il quadro probatorio acquisito nell’indagine, sempre secondo i legali, “colloca Bellini all’interno della realtà eversiva neofascista di Avanguardia Nazionale”; realtà che, stando alla memoria, “numerosissimi dati dichiarativi emersi nel corso di svariati processi in materia di eversione collocano come integrata e in rapporti con uomini e strutture dei servizi di sicurezza (in modo particolare del Ministero dell’Interno)”.
L’ex “Primula nera” è accusato – a 40 anni di distanza dai fatti – di essere la quinta persona responsabile dell’attentato, in concorso con gli esponenti dei Nuclei armati rivoluzionari (Nar) già condannati in via definitiva: Giusva Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini e Gilberto Cavallini, quest’ultimo condannato in primo grado quasi un anno fa.
Secondo i magistrati della procura generale bolognese, titolare dell’inchiesta sui mandanti della strage, l’attentato non fu opera soltanto dei Nar ma avrebbe visto il coinvolgimento – nonostante le diversità ideologiche – anche di soggetti appartenenti ad altre formazioni della destra eversiva dell’epoca.






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