L’atelier “Hamlet. Il silenzio in Shakespeare” tenuto da Alessandro Serra, che da qualche anno ormai trova accoglienza ai Teatri di Reggio Emilia, si conclude con la restituzione di due esercizi, scelti fra i tanti che hanno affrontato gli attori nei dieci giorni di lavoro. Una doverosa premessa del regista specifica che in alcun modo questo è “l’Amleto di Serra”, ma l’opera di Shakespeare è stata un pretesto di studio, sul testo e sull’attore. Questa restituzione è quindi un viaggio dentro il metodo creativo del regista di “Macbettu” e “Il Giardino dei Ciliegi”, che permette di capire in primis come si approccia ai testi, ma soprattutto come lavora con gli attori.
Il primo esercizio è quello che lui definisce di “ascolto sottile”: i dodici partecipanti occupano lo spazio rimanendo in connessione l’uno con l’altro, si muovono simultaneamente, regna sul palco un senso di armonia. Le azioni sono probabilmente concordate, ma per il resto non c’è partitura, lo stimolo parte dall’ascolto che gli attori riescono avere degli altri e della scena, questo comporta ovviamente anche numerosi momenti vuoti (un rischio calcolato di cui Serra si serve molto nel suo lavoro).
Il secondo esercizio è stato definito “mimo funebre”: gli attori avanzano sul palco in una schiera, muovendosi in una coreografia precisamente codificata, con cui ognuno di loro ripercorre l’intero dramma di Amleto. Nel momento di confronto che Serra si è ritagliato alla fine, il regista spiega che questo è un esercizio di cui spesso si serve per creare la partitura scenica: dalla proposta dell’attore seleziona i momenti più efficaci, li estrapola, li unisce ad altri e li rielabora.

Interessante la collocazione di questa restituzione all’interno del Festival Aperto, che quest’anno si pone domanda “What Really Matters?”, questione spinosa soprattutto in questo 2020, a maggior ragione in riferimento al teatro. La risposta che Serra suggerisce è che questo periodo apparentemente morto, invece di tempo perso, possa essere un momento per studiare.






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