Continua a tenere banco anche a livello nazionale il caso del presidio istituzionale per chiedere “verità e giustizia” sulla morte di Abderrahim Fakir, convocato lunedì 20 luglio a Bologna dal sindaco Matteo Lepore e poi degenerato – a causa di alcuni gruppi di manifestanti della galassia autonoma e antagonista – in scontri e disordini che hanno incendiato non solo due auto del Comune, ma anche il confronto politico.
Non si è sottratta Elly Schlein, che anzi è stata molto netta sull’argomento: “Su Fakir lo Stato ha fallito e spetta allo Stato fare piena luce”.
Per quanto riguarda la decisione di convocare il presidio, invece, la segretaria del Partito Democratico difende senza esitazione il sindaco di Bologna: “Lepore ha scelto di governare la frustrazione e lo smarrimento di un’intera comunità. È stato importante, per non lasciarla in balia delle spinte più estremiste e degli antagonisti che hanno messo a ferro e fuoco la città, con una violenza inaccettabile e che condanniamo con nettezza”.
A quanto risulta, però, dietro questa posizione pubblica di unità e compattezza ci sarebbero opinioni diverse all’interno del Pd, anche se per il momento nessuno è venuto ufficialmente allo scoperto.
Non una vera e propria “condanna” per Lepore, ma nei meandri del partito si fa strada l’idea che quella del primo cittadino bolognese sia stata quanto meno una mossa azzardata – per non dire inopportuna, o ingenua – visto il clima ancora troppo teso per una morte dai contorni ancora da chiarire e che ha generato molta rabbia in tutto il Paese (anche per la diffusione del video che ha mostrato gli ultimi istanti di vita di Fakir) per le modalità con cui è sopraggiunta.






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