Lo Stato entra nelle nostre chat

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Se usate WhatsApp, Signal, Telegram o iMessage, il voto del Parlamento europeo riguarda anche voi.

L’Eurocamera ha approvato la proroga del sistema che consente ai fornitori di servizi di comunicazione di individuare e segnalare materiale pedopornografico e altre forme di abuso sui minori online. Il provvedimento riporta al centro il cosiddetto Chat Control, il progetto europeo destinato ad ampliare gli strumenti di controllo delle comunicazioni digitali.

L’obiettivo è condivisibile. Le conseguenze meritano una riflessione.

Proteggere i bambini dagli abusi sessuali online è un dovere assoluto. La pedopornografia appartiene ai crimini che una società civile deve combattere con ogni mezzo legittimo. Su questo non esiste dissenso.

Il punto è un altro.

Ogni epoca trova una ragione tanto forte da giustificare una rinuncia alla libertà individuale. Oggi è la tutela dei minori. Ieri era la sicurezza. Domani sarà un’altra emergenza. Il meccanismo resta identico: una causa giusta apre la porta a un potere più esteso.

Non sono contrario allo sviluppo tecnologico. Al contrario. La tecnologia rappresenta una delle più grandi conquiste della storia umana. Sta cambiando la medicina, l’industria, la ricerca scientifica, l’organizzazione del lavoro. Può rendere più efficaci le indagini, ridurre l’evasione fiscale, limitare l’economia sommersa, migliorare la qualità della vita. Sarebbe miope guardarla con diffidenza.

Ogni progresso, però, porta con sé una domanda politica. Non riguarda ciò che la tecnologia può fare. Riguarda ciò che una democrazia liberale deve consentire di fare alla tecnologia.

Viviamo già immersi in una rete di tracciamento senza precedenti. Lo smartphone racconta dove siamo, cosa acquistiamo, quali ristoranti frequentiamo, quali libri leggiamo, quali giornali consultiamo, con chi ci incontriamo. Ogni clic alimenta un’economia fondata sui dati. Le nostre preferenze hanno un valore economico. I nostri comportamenti vengono registrati, analizzati, trasformati in profili.

Lo smartphone è il più straordinario strumento di libertà mai entrato nelle nostre tasche. Può diventare anche il più efficiente strumento di sorveglianza mai costruito. Dipende dalle regole che una società democratica sceglie di darsi.

Le conversazioni private restano uno degli ultimi luoghi nei quali l’individuo conserva una parte autentica di sé. Una chat contiene affetti, idee, fragilità, ironia, dissenso, confessioni. Non custodisce soltanto informazioni. Custodisce la persona.

Il pensiero liberale nasce per fissare un limite al potere. Lo Stato può indagare chi è sospettato di avere commesso un reato. Non può trasformare l’intera popolazione in un insieme di sospettati nella speranza di individuare pochi colpevoli. È la differenza che separa lo Stato di diritto dalla società della sorveglianza.

La storia insegna che gli Stati chiedono poteri eccezionali per affrontare emergenze eccezionali. La storia insegna anche che le emergenze passano, mentre i poteri concessi allo Stato tendono a restare.

La libertà non arretra con un colpo di Stato. Arretra per piccoli passi. Un algoritmo. Una scansione automatica. Una deroga. Un voto presentato come inevitabile. Ogni decisione appare limitata. La loro somma modifica il rapporto tra il cittadino e il potere.

Non temo la tecnologia. Temo il potere quando la tecnologia gli consente di oltrepassare confini che una democrazia liberale ha sempre considerato inviolabili.

George Orwell immaginava un potere capace di entrare nella vita privata degli individui fino a cancellarne lo spazio interiore. 1984 non era un libro sulla tecnologia. Era un libro sul potere.

Una democrazia liberale non si riconosce dalla quantità di informazioni che riesce a raccogliere sui propri cittadini. Si riconosce dai limiti che decide di imporre a se stessa.

Perché esiste un confine oltre il quale la sicurezza smette di proteggere la libertà e comincia a sostituirla.

nicolafangareggi.substack.com




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