Le imprese cambiano. Ora tocca a Confindustria

Alessandro Malavolti presidente Confindustria Reggio Emilia – CIRE

Con il passaggio della presidenza di Confindustria Reggio Emilia da Roberta Anceschi ad Alessandro Malavolti si chiude un biennio intenso. Sarebbe però riduttivo fermarsi al bilancio di una gestione o al profilo del nuovo presidente. Ogni cambio al vertice offre l’occasione per interrogarsi sul futuro. Questo, più di altri, pone una domanda che riguarda non soltanto Reggio Emilia, ma l’intera Emilia produttiva: quale ruolo può avere oggi un’associazione industriale in un’economia che cambia più in fretta delle organizzazioni chiamate a rappresentarla?

La presidenza Anceschi lascia un passaggio destinato a rimanere nella storia recente dei rapporti tra imprese e istituzioni locali. Lo scontro con il Comune sul progetto del Polo della Moda di Max Mara ha segnato una frattura profonda. La rinuncia del gruppo della famiglia Maramotti all’investimento e il giudizio della presidente, che parlò di rapporti con l’amministrazione giunti al minimo storico, hanno reso evidente un disagio che andava oltre una vicenda urbanistica. In gioco c’era il rapporto tra sviluppo economico, capacità decisionale e visione del territorio.

Quella vicenda consegna una lezione che merita di essere raccolta. Un territorio cresce quando politica e sistema produttivo sanno confrontarsi, anche duramente, senza perdere un obiettivo comune. Quando questo equilibrio si rompe, il costo non ricade sulle istituzioni o sulle imprese. Ricade sull’intera comunità.

La riflessione, però, non può fermarsi qui.

Anche Confindustria si trova davanti a un passaggio che impone di ripensare la propria missione.

L’Emilia resta una delle grandi piattaforme manifatturiere d’Europa. Le sue imprese progettano, esportano, investono, innovano. La competizione, però, non aspetta nessuno. L’intelligenza artificiale entra nelle fabbriche, le filiere si trasformano, i capitali scelgono dove investire con rapidità, i talenti attraversano i confini seguendo gli ecosistemi più dinamici. Le imprese emiliane non competono più con la provincia vicina. Competono con Shenzhen, Bangalore, Austin, Monaco di Baviera.

Se questo è il campo di gioco, anche chi rappresenta l’impresa deve cambiare passo.

Per molti anni il compito di Confindustria è stato chiaro: rappresentare gli associati, dialogare con la politica, negoziare con il sindacato, offrire servizi, costruire relazioni. Tutto questo conserva valore. La domanda è se basti ancora.

Oggi un imprenditore ha accesso a mercati globali, competenze specialistiche, reti internazionali, strumenti digitali, intelligenza artificiale. La vera questione diventa un’altra: quale valore esclusivo offre un’associazione territoriale che non possa essere trovato altrove?

La risposta non può essere la tradizione. Non può essere il prestigio costruito in oltre un secolo di storia. Non può essere un calendario di assemblee, convegni e incontri istituzionali.

Il valore dovrà nascere dalla capacità di vedere ciò che ancora non appare. Di aiutare le imprese a comprendere i cambiamenti prima che diventino emergenze. Di costruire relazioni internazionali, attrarre competenze, favorire investimenti, mettere in connessione università, ricerca, capitale e manifattura. Non limitarsi a interpretare il futuro. Contribuire a costruirlo.

Questa sfida non riguarda soltanto Reggio Emilia. Riguarda Modena, Parma, Piacenza, Bologna. Riguarda un modello economico che ha reso l’Emilia uno dei territori più competitivi d’Europa e che oggi è chiamato a rinnovarsi senza perdere la propria identità.

Alessandro Malavolti eredita molto più di una presidenza. Eredita una domanda aperta sul futuro di una delle istituzioni economiche più importanti dell’Emilia. Non gli si chiederà soltanto di rappresentare gli industriali. Gli si chiederà di dimostrare che un’associazione può continuare a essere decisiva in un tempo che cambia con una velocità senza precedenti.

Per oltre un secolo Confindustria ha accompagnato lo sviluppo industriale italiano. Oggi accompagnare non è più sufficiente. Occorre anticipare.

Perché il rischio non è perdere iscritti. Il rischio è più sottile. È continuare a svolgere con competenza una funzione che il mondo non considera più decisiva.

La storia non demolisce le istituzioni. Le supera. E concede una sola possibilità: cambiare prima di diventare un ricordo.




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