Per la prima volta nella mia vita ho l’impressione che il futuro non susciti più attesa. Suscita paura.
Lo si avverte nelle conversazioni, nella politica, nell’informazione. Si temono le guerre, l’intelligenza artificiale, il declino economico, le migrazioni, il cambiamento climatico. Si teme il prossimo anno. Qualche volta si teme perfino domani.
Una civiltà che smette di desiderare il futuro si rifugia nel passato.
L’Europa occidentale ha attraversato ottant’anni straordinari. Pace, crescita economica, democrazia, libertà, mobilità sociale. Non un’età perfetta. Un’eccezione nella storia europea.
Ci siamo abituati a considerarla normale. Abbiamo immaginato che il resto del mondo avrebbe seguito il nostro cammino, riconoscendo nell’Occidente il modello naturale dello sviluppo. Era uno sguardo europeo. Il mondo ne aveva altri.
Anche l’Emilia racconta questa storia.
Mentre il benessere cresceva, una parte della gioventù emiliana continuava ad alimentare il mito della rivoluzione. I ragazzi delle magliette a strisce, ricordati ogni 7 luglio a Reggio Emilia, lessero il marxismo-leninismo come un orizzonte morale. Il Partito comunista più forte dell’Occidente rimase legato all’Unione Sovietica vivendo dentro le libertà garantite dalla Repubblica italiana e dalla Nato. Berlinguer riconobbe il valore storico di quella protezione. La contraddizione rimase.
Poi arrivò il 1989.
Il Muro di Berlino cadde. Fukuyama vide la fine della storia. Hobsbawm la fine di un ordine. Il XXI secolo avrebbe raccontato altro.
La globalizzazione ha ridisegnato gli equilibri economici e geopolitici. L’Asia è cresciuta, anzi volata. L’Occidente ha perso molte certezze. Con il tempo ha perso anche fiducia nel futuro.
Detto questo, le domande sono altre.
Perché una civiltà tanto fortunata continua a raccontarsi soprattutto attraverso le proprie colpe.
Perché il passato esercita un richiamo più forte del futuro.
Perché desideriamo più la redenzione che il domani.
Più di duemila anni fa Epicuro indicò una strada diversa.
Non promise una società perfetta. Non affidò la felicità alla politica, alla storia o al destino. Invitò l’uomo a liberarsi dal dominio della paura. Chiamò quella condizione atarassia. Serenità. Misura. Libertà interiore.
Una parola antica. Una necessità del nostro tempo.
La generazione dei baby boomer è cresciuta dentro grandi promesse. Per alcuni si chiamavano rivoluzione. Per altri progresso. Cambiavano i nomi, non la struttura del pensiero. La felicità rimaneva sempre oltre il presente, affidata a un tempo migliore, a una società migliore, a una promessa di salvezza.
Abbiamo imparato a inseguire il mondo ideale. Molto meno ad abitare quello reale.
L’Occidente dispone di ricchezze, conoscenze e strumenti che nessun’altra civiltà ha mai posseduto. Fatica a immaginare il domani.
La memoria resta un fondamento. Diventa un limite quando occupa tutto l’orizzonte. Una civiltà resta viva finché desidera il futuro.






Non ci sono commenti
Partecipa anche tu