[Inchiesta] Mattone Rosso Quando tutto sembrava possibile

Masterplan Parco Ottavi Reggio Emilia vista alto – IA

Da una parte della pianura arrivava il rumore delle betoniere. Dall’altra il profilo delle gru che punteggiavano l’orizzonte.

Per quasi quarant’anni, a Reggio Emilia, il suono della crescita ebbe questo ritmo.

Si costruiva ovunque. Nuovi quartieri ai margini della città, capannoni nelle aree industriali, lottizzazioni che avanzavano nella campagna. Il mattone sembrava una certezza. Le case aumentavano di valore, le imprese assumevano, le banche finanziavano. Ogni anno appariva migliore del precedente.

In quella stagione le cooperative edilizie non erano semplicemente aziende. Erano una parte del paesaggio economico e sociale della provincia.

Dietro sigle come CMR, Coopsette, Unieco, CCPL e Cormo c’erano migliaia di lavoratori, centinaia di tecnici, cantieri disseminati in tutta Italia. Molte di quelle realtà affondavano le proprie radici nella tradizione cooperativa emiliana del dopoguerra, ma alla fine del Novecento avevano ormai assunto dimensioni e ambizioni nazionali.

Sembravano solide.

Per molti, invincibili.

Ma per capire come si arrivò a quel punto bisogna fare un passo indietro.

Il masterplan di Parco Ottavi a Reggio Emilia
Negli anni Sessanta e Settanta l’Emilia attirò migliaia di lavoratori provenienti dal Mezzogiorno. L’industria cresceva, l’edilizia correva e la richiesta di manodopera sembrava inesauribile.

Tra le comunità che lasciarono un’impronta profonda sul territorio vi fu quella proveniente da Cutro, piccolo centro della provincia di Crotone.

Molti arrivarono nei cantieri come manovali, carpentieri o muratori. Costruivano le case degli altri. Vivevano spesso in condizioni difficili, lavoravano duramente e immaginavano per i figli un futuro diverso dal proprio.

Quel futuro, in molti casi, arrivò.

Negli anni Ottanta e Novanta la filiera dell’edilizia reggiana cambiò volto. Accanto alle grandi cooperative si sviluppò una rete di imprese artigiane e società specializzate che trovavano lavoro nei cantieri aperti dalle coop. Molte erano nate proprio da quella prima generazione di lavoratori immigrati o dai loro figli.

Le cooperative acquisivano appalti pubblici e privati. Le imprese eseguivano i lavori. Una parte crescente della manodopera e delle lavorazioni passava attraverso questa rete di aziende che nel frattempo si era consolidata e strutturata.

Era un sistema articolato.

Ma funzionava.

E soprattutto produceva crescita.

Nel frattempo cambiava anche la città.

I piani urbanistici accompagnavano l’espansione di Reggio Emilia e dei comuni della provincia. Nuove aree diventavano edificabili. Nuovi comparti prendevano forma. Quartieri che oggi appaiono parte integrante del tessuto urbano allora esistevano soltanto sulle tavole dei progettisti e negli strumenti di pianificazione comunale.

Non c’era nulla di eccezionale in tutto questo. In quegli anni molte città italiane crescevano. Ma a Reggio Emilia il fenomeno incontrò un sistema economico particolarmente efficiente e radicato.

Le cooperative disponevano di organizzazione, capitale, competenze tecniche e relazioni consolidate. Le imprese della filiera garantivano flessibilità e capacità esecutiva. Le banche sostenevano gli investimenti. Le amministrazioni pianificavano nuove espansioni.

Tutti gli ingranaggi sembravano muoversi nella stessa direzione.

Costruire significava sviluppo.

Significava nuovi residenti, nuove attività economiche, nuovi posti di lavoro.

Significava fiducia nel futuro.

A poco a poco, però, le grandi cooperative cambiarono pelle.

Non si limitarono più a costruire per conto terzi. Acquistarono terreni. Parteciparono a operazioni immobiliari sempre più complesse. Entrarono direttamente nei processi di trasformazione urbana.

Il costruttore diventò promotore.

Il promotore diventò investitore.

Fu una trasformazione graduale, quasi impercettibile. E proprio per questo pochi ne colsero immediatamente le conseguenze.

All’inizio degli anni Duemila il sistema del mattone cooperativo reggiano sembrava aver raggiunto il proprio apice.

Le cooperative crescevano. Le imprese lavoravano. Le banche sostenevano gli investimenti. I valori immobiliari continuavano a salire.

Sembrava una macchina perfetta.

In quegli anni parlare di crisi appariva quasi assurdo.

Le cooperative del mattone erano considerate un modello. Avevano superato difficoltà, attraversato decenni di cambiamenti economici e costruito una parte importante della ricchezza del territorio.

Quasi nessuno immaginava che proprio nel momento della massima espansione si stessero accumulando fragilità destinate a emergere pochi anni dopo.

Poi arrivò il 2008.

La crisi finanziaria partita dagli Stati Uniti attraversò l’oceano e raggiunse l’Europa. Il credito iniziò a restringersi. Il mercato immobiliare rallentò. Le compravendite diminuirono.

Per la prima volta dopo molti anni, il mattone smise di apparire una scommessa sicura.

All’inizio sembrò una frenata temporanea.

Non lo era.

Le fondamenta di quel sistema erano più fragili di quanto quasi tutti immaginassero.

Per decenni avevano costruito case, fabbriche e città.

Adesso avrebbero dovuto fare i conti con qualcosa che nessuno aveva mai progettato.

Il crollo.

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“Mattone Rosso” è un’inchiesta sulla nascita, l’espansione e il crollo delle grandi cooperative edilizie reggiane.

Nella prossima puntata: “CMR, la prima caduta”.



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