Omicidio di Saman Abbas, la sentenza in Cassazione slitta al 15 luglio

Saman Abbas Novellara foto sepia – QG

È slittata al 15 luglio la sentenza della Corte di Cassazione sul caso di Saman Abbas, la ragazza pakistana di 18 anni che svanì nel nulla nella serata del 30 aprile 2021 dalla sua abitazione di Novellara e che fu ritrovata morta un anno e mezzo dopo, sepolta nei pressi di un casolare abbandonato nelle campagne della Bassa reggiana, a meno di un chilometro dalla casa in cui aveva vissuto con la famiglia.

I giudici della prima sezione penale, dopo aver fatto intervenire le parti, hanno optato per un rinvio della decisione alla luce della complessità del caso.

Il procuratore generale ha chiesto il rigetto di tutti i ricorsi presentati dagli imputati e la conferma definitiva delle condanne emesse in secondo grado per l’omicidio della giovane. Nella requisitoria, depositata il 28 maggio scorso, il rappresentante dell’accusa ha chiesto alla Corte di far passare in giudicato le sentenze d’appello di tutti i familiari della vittima finiti a processo: la madre Nazia Shaheen e il padre Shabbar Abbas, entrambi condannati all’ergastolo in primo e in secondo grado; i cugini della vittima, Ijaz Ikram e Noman Ul Haq, entrambi assolti in primo grado ma poi condannati all’ergastolo in appello; lo zio della diciottenne, Danish Hasnain, condannato a 14 anni di reclusione in primo grado, pena poi aumentata a 22 anni in appello.

Sono tutti accusati di aver partecipato, in vario modo, al delitto, portato a compimento perché la ragazza si era opposta a un matrimonio combinato in patria. Secondo il procuratore generale, “l’omicidio, pur avendo radici culturali proprie, tradisce il ricorso a una violenza estrema e sproporzionata, scelta come unico strumento per ‘emendare una presunta colpa’ (la volontà di libertà della ragazza), che realizza la natura turpe e ignobile del movente”.

Secondo la ricostruzione della Procura generale, il delitto non fu frutto di un impulso improvviso ma di una decisione condivisa all’interno della famiglia (ad eccezione del fratello Ali Haider) “per sanzionare il disonore arrecato dalla ragazza”: Saman, insomma, sarebbe stata “colpevole” – a loro modo di vedere – di voler vivere secondo modelli diversi da quelli imposti dal contesto familiare e culturale d’origine. In questa prospettiva, per l’accusa anche l’occultamento del corpo della vittima assume un significato preciso: “La soppressione del cadavere è vista come l’estensione necessaria del progetto omicida, finalizzata a garantire l’impunità”.



Non ci sono commenti

Partecipa anche tu