La vertigine del possibile

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L’errore più grave che un essere umano possa commettere, a qualsiasi età, è fermarsi ad aspettare che il futuro gli accada addosso. La nostalgia è un sentimento, non un progetto. Il rimpianto può avere una funzione emotiva, ma nessuna utilità ontologica. Noi esistiamo qui e ora, nel presente. Chi si chiude al nuovo, chi trasforma il passato in rifugio permanente, inizia lentamente a morire dal punto di vista culturale e spirituale. Come scriveva Nietzsche, “il serpente che non può cambiare pelle perisce”.

L’intelligenza artificiale è soltanto l’ultimo, gigantesco balzo tecnologico dell’umanità. Non il primo e non l’ultimo. Dalla stampa all’elettricità, dal motore a vapore a Internet, il progresso ha sempre prodotto scompensi, paure, vincitori e sconfitti. La differenza è che oggi procede a una velocità senza precedenti. Alvin Toffler parlava di Future Shock già negli anni Settanta; oggi quel futuro non bussa più alla porta: è già entrato in casa.

La conseguenza è evidente. Si allarga ogni giorno la forbice della consapevolezza. Da una parte chi comprende la trasformazione e cerca di guidarla. Dall’altra chi la nega, la teme o la demonizza. La marginalità del XXI secolo rischia di essere anzitutto cognitiva.

Anche per questo occorre liberarsi di alcuni feticci ideologici. Il capitalismo non è un fine morale: è uno strumento. Uno dei più potenti che l’umanità abbia concepito per trasformare idee in realtà. Le diseguaglianze non costituiscono un valore in sé, ma neppure rappresentano una colpa ontologica. La ricchezza – economica, scientifica, culturale – è il motore che genera innovazione, conoscenza, opportunità e vita nuova. Come osservava Schumpeter, il progresso nasce dalla “distruzione creatrice”, non dalla gestione amministrativa dell’immobilismo.

L’AI apre inoltre una prospettiva che fino a pochi anni fa apparteneva alla fantascienza. Elon Musk sostiene apertamente che l’automazione avanzata potrebbe rendere superflua gran parte del lavoro umano tradizionale. Sam Altman e altri protagonisti della rivoluzione tecnologica discutono scenari nei quali la produttività generata dall’intelligenza artificiale sarà tale da rendere possibile una forma di reddito universale diffuso. Non è una previsione certa. È però una possibilità storica che merita di essere presa sul serio.

Naturalmente esistono forze che si opporranno a questa evoluzione. Apparati statali, grandi interessi finanziari, equilibri geopolitici, burocrazie e rendite di posizione difficilmente assisteranno passivamente a una redistribuzione radicale del potere economico e produttivo. Ogni rivoluzione tecnologica ha trovato avversari potenti. Anche questa non farà eccezione.

Ciò che sorprende è l’immobilismo di gran parte della politica occidentale. Mentre l’intelligenza artificiale promette di ridefinire lavoro, ricchezza e organizzazione sociale, il dibattito pubblico continua spesso a ruotare attorno agli stessi strumenti del secolo scorso: nuove tasse, nuovi vincoli, nuove intermediazioni. In Italia si torna periodicamente a evocare patrimoniali e prelievi straordinari, come se la prosperità nascesse dalla redistribuzione anziché dalla creazione di valore.

La verità è che nessuno Stato ha mai tassato un Paese fino a renderlo prospero. Al contrario, sono l’impresa, il rischio, l’investimento e l’innovazione a creare lavoro e benessere. Un Paese sano incoraggia chi costruisce; non guarda con sospetto chi intraprende.

L’intelligenza artificiale non è una minaccia da contenere. È una frontiera da attraversare. Chi la osserva con paura vede ciò che potrebbe perdere. Chi la osserva con curiosità vede ciò che l’umanità potrebbe diventare. E la storia, quasi sempre, appartiene ai secondi.

nicolafangareggi.substack.com




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