A ottantatré anni, è tempo di fare qualche bilancio, di chiudere qualche pagina della vita, di riparare a qualche mancanza. Per questo, do le dimissioni dal ruolo di responsabile del CeIS, ricordando con gratitudine il Natale di quarantatré anni fa, quando cominciammo, “al freddo e al gelo”, nei locali della parrocchia di sant’Agostino.
Oggi è l’occasione di dichiarare solennemente che ho ricevuto molto di più di quello che ho dato. Ma quando andrò davanti al Giudice, solo una cosa gli farò presente, a mio vantaggio: potrò dirgli che mi sono fidato di lui e che, come Pietro, Signore, “sulla tua parola ho gettato le reti” (Lc 5,5).
Lui è stato molto buono con me: mi ha risparmiato sofferenze, che ho visto, dure e pesanti, nella vita di altre persone, a cominciare dal mio predecessore al CeIS, Franco Marchi; non mi ha fatto mancare nulla, anzi, con le due parrocchie, prima quella di san Pellegrino, poi quella del Buon Pastore, mi ha fatto altri doni.
Col CeIS, ho potuto indagare più in profondità quel grande mistero che è l’uomo. Debbo molto anche all’associazione Alcolisti Anonimi, per la loro sensibilità per la dimensione spirituale di un cammino di recupero. Ho trovato un’assonanza tra i Dodici Passi di AA e quel meraviglioso programma di vita che si legge nel cartiglio di un altare della nostra cattedrale: Ex obedientia / per pietatem /cum humilitate /ad pacem – che può essere tradotto così: “Il tuo inizio sia l’obbedienza, / la tua via, la devozione a Dio e agli uomini / con umiltà: / e giungerai alla pace”.
Ecco: l’obbedienza, che è obbedienza al Potere Superiore, come lo chiamano in AA, e che è l’ascolto e la fedeltà a quello che tu senti nel profondo del tuo essere, come qualcosa che è in te e, nello stesso tempo, altro da te; la sua voce è scomoda, tante volte, ma ha in sé un’autorevolezza che non puoi ignorare e una promessa che si richiama alla sua presenza: “Il Signore è al mio fianco come un prode valoroso”, dice il profeta Geremia (20,11). Questo passo viene compiuto dalla persona dipendente e dalla sua famiglia, quando si rivolgono al Centro, magari nell’incontro aperto a tutti ogni mercoledì sera.
Viene poi la devozione a Dio e agli uomini, che è il contrario dell’egoismo e costruisce comunità, non solo al CeIS, ma in ogni gruppo umano, ed è il fondamento della pace, perché afferma il valore di tutti e di ciascuno. L’umiltà non è un atteggiamento sforzato, ma sorge dal riconoscere che tutto quello che abbiamo è dono e che ne siamo debitori, come buoni amministratori. Questo ci libera da ogni ambizione e dal considerarci padroni della nostra vita: così si giunge alla pace, quella profonda, che nasce da dentro.
Questo è anche il principale contributo al bene comune, alla pace. Sta scritto, nell’Imitazione di Cristo: “Mantieni in pace te stesso e così potrai pacificare gli altri” (2,2).
Infine anch’io, come san Paolo, “ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua” (Rm 9,2) di fronte agli episodi di antisemitismo, che, come una metastasi, si sta diffondendo ovunque. Certamente, quello che sta succedendo a Gaza e in Cisgiordania non è in nessun modo giustificabile, neanche in riferimento all’assassinio e alla strage del 7 ottobre. Israele sta perdendo la sua anima. Come dice sempre san Paolo, ebreo consapevole di esserlo: “Sta scritto: il nome di Dio è bestemmiato per causa vostra tra le genti” (Rm 2,24).
Detto questo, l’antisemitismo è differente da tutti gli atteggiamenti discriminatori che la storia ha conosciuto. Perché? Perché nega ciò che è il fondamento tanto dell’ebraismo che del cristianesimo, cioè l’incarnazione di Dio: “Il Verbo, la Parola, si è fatto carne ed abitò tra noi”, scrive san Giovanni nel suo vangelo (1,14). Non quindi una dottrina, ma un evento, che impegna, perché reso definitivo dal sangue versato sulla croce.
L’antisemitismo nega il ruolo di Israele, che ha preparato la grammatica che Dio ha usato per parlare all’uomo; ma anche la fede cristiana rischia di perdere il suo fondamento, che è racchiuso nel nome che il profeta Isaia ha dato a quel bimbo, settecento anni prima della sua nascita: Emmanuele, il Dio con noi.
Certo, il nome di Dio, in questi duemila anni, è stato sporcato da troppe guerre e ingiustizie, tant’è vero che quello che Paolo dice degli ebrei vale anche per noi; anche per colpa nostra il santo Nome è bestemmiato tra le genti. L’ultima dimostrazione è la guerra di Ucraina, nella quale si affrontano cristiani di diverse confessioni, invocando lo stesso Dio e chiedendogli la vittoria delle armi, cioè la vittoria dell’assassinio.
Di questo doloroso paradosso ha parlato uno dei più grandi pensatori ebrei del nostro tempo, Martin Buber. Egli afferma, nel suo libro “Io e Tu”, che la parola “Dio” andrebbe sostituita dal “Tu”. In questo modo, verrebbe affermato che l’uomo, ma anche Dio stesso, hanno una natura dialogica e che la relazione con il Tu divino sarebbe l’orizzonte entro il quale tutto accade, tutto acquista senso; dove il peccato, con le sue conseguenze mortifere, è sempre un peccato di idolatria, di sostituzione del vero Dio con una realtà umana, che pretende di divenire assoluta, negando la relazione con il Creatore.
La tesi di Buber, a ben vedere, rende conto di un dato che non dovrebbe mai smettere di sorprenderci: Gesù non usa la parola “Dio”, ma quella di “Padre”, e insegna ai suoi discepoli a fare altrettanto. Questo dato di fatto rende la Chiesa ancora più responsabile verso l’uomo: la costringe a vedere nell’altro un fratello, e nell’uccisione del fratello un’offesa, la più grave, al Padre comune.
Non dobbiamo negare che la Chiesa si colloca oggi in una posizione difficile. Difficile sì, ma non del tutto negativa. Ciò che manca alla Chiesa, e non da poco tempo, è una sorta di “leggerezza”: la tradizione rischia spesso di tramutarsi in una gabbia, il potere viene comunque perseguito, o addirittura santificato, come condizione imprescindibile per il servizio. Sbaglieremmo però se pretendessimo di avere noi la chiave per riformarla. La riforma della Chiesa è quel Bambino, che non smette di interrogarci: “Io sono qui per te, e un giorno per te sarò crocifisso. Mi ami tu?”.
Mi piace concludere con le parole di un teologo protestante svizzero, Andreas Dettwiler. Interrogato sulle mancanze storiche della Chiesa, risponde, in un’intervista del 2020: “Certamente, la Chiesa ha tradito più volte il messaggio di Gesù! Ma essa si è sentita responsabile di trasmettere i testi del Nuovo Testamento. Senza di lei, Gesù e il suo messaggio provocativo sarebbero caduti nell’oblio. Così, la Chiesa, nello stesso tempo, opera una memoria che la mantiene in vita e riceve una parola che la mette continuamente in discussione. Essa è fedele alla sua vocazione quando accetta di portare e di sopportare nel suo seno il principio della contestazione di se stessa”.
Ecco il Natale: una memoria che ci mantiene in vita. Per questo, non può venir meno la speranza, soprattutto se la memoria è una presenza, fatta di carne e sangue. Francesco d’Assisi inventò il presepio perché, come dice la liturgia, “conoscendo Dio visibilmente, per mezzo suo siamo rapiti all’amore delle cose invisibili”. Rapiti! Oggi ci lasciamo illuminare dalla luce di Betlemme; forse, domani potremo vedere il mondo e noi stessi in un modo nuovo.






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