Sabato 25 aprile anche Reggio Emilia ha celebrato l’ottantunesimo anniversario della Liberazione dell’Italia dal giogo del nazifascismo.
La giornata si è aperta con la messa in suffragio dei caduti nella basilica della Ghiara. Subito dopo da corso Garibaldi è partito il tradizionale corteo che ha sfilato per le vie del centro fino ad arrivare in piazza Martiri del 7 luglio/piazza della Vittoria per la deposizione di una corona ai monumenti dei caduti della Resistenza e dei caduti di tutte le guerre – cerimonia accompagnata dalle musiche della Filarmonica Città del Tricolore.
A seguire, in piazza Martiri del 7 luglio, davanti all’ex sede della Banca d’Italia, ci sono stati gli interventi istituzionali: quello del sindaco di Reggio Marco Massari, della presidente dell’Anpi provinciale Anna Ferrari e dell’ospite d’onore della giornata, lo scrittore e giornalista Antonio Scurati.
Massari, in un passaggio del suo discorso, ha anche attaccato il presidente del Senato Ignazio La Russa: “La medaglia d’oro al valor militare sul gonfalone della nostra città […] racconta di persone che hanno scelto di rischiare e perdere la propria vita per la libertà di tutti. Di tutti: anche di coloro che allora erano nemici. Il 25 aprile ha liberato anche loro, rendendoli cittadini di una Repubblica libera, quale non sarebbe mai esistita se la storia avesse preso un’altra direzione”, ha spiegato il sindaco.
“Ma da almeno vent’anni c’è sempre qualcuno che ci prova: quest’anno, ancora una volta, il presidente del Senato, che equipara tutti i caduti indistintamente, chi ha dato la vita per la libertà o è stato deportato in un lager e chi decise di combattere al fianco dei nazifascisti. No, caro presidente, noi non ci stiamo. Perché, come scrisse Italo Calvino, partigiano garibaldino, ‘la rabbia che fa sparare noi con speranza di riscatto è la stessa che fa sparare i fascisti. Ma la differenza è che, nella storia, noi siamo dalla parte della ragione e loro del torto’. Commemorare insieme questi caduti non è pietas, ma negazione della storia”, ha concluso Massari.
Il discorso integrale del sindaco Massari
Benvenuti cari cittadini e cittadine, autorità civili, militari e religiose.
Desidero rivolgere a tutti voi un augurio sincero di buon 25 aprile, festa della nostra libertà e della nostra democrazia.
Essere qui oggi, a distanza di ottantuno anni, rappresenta la conferma di quanto la Liberazione dal nazifascismo sia stata la radice morale della nostra Repubblica, il punto a cui tornare sempre, con la memoria e con la ragione, con il cuore e con la gratitudine verso chi rese possibile la vittoria e ci consegnò la libertà.
Il 25 aprile, però, non racconta una storia conclusa, non è un rito per ricordare il passato e i suoi attori.
È un mosaico di storie, speranze, idee e gesti di coraggio. Racconta di uomini che hanno scelto e non sono rimasti passivi di fronte al fascismo e alla guerra.
E tanti hanno dato la vita per queste scelte: possiamo vederli laggiù, a fianco del Teatro Municipale, nel sacrario che li ricorda, i volti degli oltre seicento reggiani, quasi tutti giovanissimi, caduti per mano dei nazisti tedeschi e dei fascisti italiani, durante la lotta di Liberazione.
È una memoria viva quindi, che nel tempo ha continuato a parlarci, ricordandoci quanto le radici della nostra cittadinanza democratica affondino proprio in quei giorni.
Quando, nel pomeriggio del 24 aprile, i primi partigiani entrarono a Reggio — e l’immagine della loro corsa in via Emilia è divenuta simbolo della Liberazione — non si chiudeva soltanto il periodo più buio della nostra storia, ma si apriva una nuova, grande sfida: ricostruire una comunità ferita, ricucire il tessuto sociale lacerato da vent’anni di dittatura e da venti mesi di occupazione.
Era forse il passaggio più difficile: deporre le armi e diventare costruttori di pace.
Il cammino non fu semplice.
La violenza della guerra aveva lasciato segni profondi.
Chi aveva combattuto, in montagna e in pianura, si rimboccò le maniche e, con la concretezza tipica delle nostre terre, iniziò a costruire il futuro. I partigiani divennero amministratori, sindacalisti, cooperatori; tornarono nelle officine e nei campi, contribuendo a rimettere in piedi la comunità.
E Reggio vide la nascita delle prime scuole dell’infanzia, oggi conosciute in tutto il mondo, grazie al coraggio e alla lungimiranza di donne e uomini sostenuti da UDI e CLN, che occuparono locali fascisti o ricostruirono spazi distrutti dalla guerra, offrendo diritti ai bambini.
Da quell’impegno nacquero la nostra democrazia e il nostro benessere. È un debito di riconoscenza che non possiamo dimenticare.
Fu un percorso che ebbe una tappa fondamentale nel voto alle donne, di cui ricorre l’80° anniversario, e il suo compimento nella Costituzione, alla cui stesura i reggiani diedero un contributo significativo, con Meuccio Ruini alla guida della Commissione dei 75 e l’apporto di Giuseppe Dossetti e Nilde Iotti.
La medaglia d’oro al valor militare sul gonfalone della nostra città è un richiamo potente a questa eredità. Racconta di persone che hanno scelto di rischiare e perdere la propria vita per la libertà di tutti.
Di tutti: anche di coloro che allora erano nemici.
Il 25 aprile ha liberato anche loro, rendendoli cittadini di una Repubblica libera, quale non sarebbe mai esistita se la storia avesse preso un’altra direzione.
Ma da almeno 20 anni c’è sempre qualcuno che ci prova: quest’anno ancora una volta il Presidente del Senato, che equipara tutti i caduti indistintamente, chi ha dato la vita per la libertà o è stato deportato in un lager e chi decise di combattere al fianco dei nazifascisti.
No, caro Presidente, noi non ci stiamo.
Perché, come scrisse Italo Calvino, partigiano garibaldino, “la rabbia che fa sparare noi con speranza di riscatto è la stessa che fa sparare i fascisti. Ma la differenza è che, nella storia, noi siamo dalla parte della ragione e loro del torto”. Commemorare insieme questi caduti non è pietas, ma negazione della storia.
Permettetemi oggi di ricordare, tra i partigiani che lavorarono, anche dopo il 25 aprile, per la costruzione di una società più giusta, equa e libera, Giuseppe Soncini, uno dei principali fautori dei patti di amicizia con il Mozambico e con il Sudafrica, che si schierò a fianco dei popoli in lotta per la libertà da un colonialismo feroce e contro l’apartheid: domani, 26 aprile, ricorrono i 100 anni dalla nascita.
Giuseppe è stato un giovane partigiano e da quell’esperienza ha tratto l’insegnamento più profondo: ogni uomo o donna che combatte per la libertà, che vuole costruire un mondo migliore, più giusto, merita il nostro aiuto.
Ricordarlo oggi significa ricordare la nostra storia, quella di una città aperta al mondo, al centro di molte relazioni internazionali, che si schiera al fianco di chi soffre e subisce ingiustizie, di chi lotta per la pace, come il popolo ucraino, il popolo palestinese; le donne, i giovani, il popolo iraniano massacrato dal regime; pura illusione che le bombe americane e israeliane li avrebbero liberati… hanno peggiorato la repressione.
La guerra di Trump e Netanyahu è una tragedia, non una liberazione: dobbiamo fronteggiare tutti insieme, con forza, questi nemici della pace, questa “manciata di tiranni”, come li ha definiti Papa Leone XIV.
Giuseppe Soncini e tutti i partigiani ci ricordano che le democrazie si nutrono di coraggio, di partecipazione, di responsabilità.
Responsabilità e scelta sono le parole chiave, il nucleo fondante della legittimazione democratica delle comunità politiche e sociali, dello Stato, della Costituzione e della Repubblica.
La scelta trasforma l’azione in un impegno morale.
La scelta rinnova e vivifica una ricorrenza.
Ricordiamo che la democrazia è una scelta attiva e consapevole.
E con il 25 aprile celebriamo ogni anno le condizioni che hanno reso possibile la scrittura della carta costituzionale, che fu la conversione giuridica della lotta morale contro la dittatura fascista.
Ma quest’anno celebriamo qualche cosa di più: la vittoria del “no” al referendum.
Questo voto, espresso al di là e al di fuori dei tecnicismi, ha evidenziato una chiara volontà politica di difendere la carta costituzionale da norme che possono violarla nella forma e nella sostanza e la sorpresa per noi più dolce è stata che la maggioranza dei giovani votanti si è schierata a difesa della stessa.
Giovani che oggi si chiedono cosa voglia dire Liberazione in questi tempi di guerra, di populismi, di linguaggi di odio, di demonizzazione del dissenso e restrizione delle libertà.
Ma che con il voto ci dicono anche chiaramente che nella nostra Costituzione continuiamo a trovare quei valori fondativi, sempre attuali e permanenti, di pace, libertà, giustizia, democrazia e antifascismo.
E ne dobbiamo essere felici perché la libertà è un percorso che ci è stato affidato, come una staffetta: dobbiamo custodirlo e consegnarlo a chi verrà dopo di noi.
È questa una delle grandi sfide del nostro futuro.
E il 25 aprile deve riguardare non tanto il passato, ma soprattutto il futuro.
Teresio Olivelli, dal lager di Hersbruck, dove trovò la morte, nella sua “Preghiera dei resistenti” scriveva:
“Quando più s’addensa e incupisce l’avversario, facci limpidi e diritti”.
È un invito e un impegno per tutti noi:
avere la forza della ribellione per amore, insieme alla forza della pace e della responsabilità condivisa, per continuare a costruire insieme il nostro futuro.
Viva il 25 aprile, viva la Repubblica, viva la Costituzione.






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