Cambia idea, Salvini.
Come se nulla fosse.
E afferma: “Sì alla cittadinanza a Rami”.
Perché?
“Perché è come se fosse mio figlio”.
Peccato che la mamma del milione di minorenni con genitori non italiani che risiedono nel nostro paese si chiami Italia.
Come ricordò anni fa l’undicenne marocchina Lamiaa Zilft, che divenne testimonial della campagna per la cittadinanza “L’Italia sono anch’io” con la sua piccola lettera che lesse anche in parlamento, in cui affermava: “È come se il Marocco fosse il mio papà, e l’Italia la mia mamma”.
Possibile che una mamma possa avere un figlio preferito e possa rinnegare tutti gli altri?
Vorrei far conoscere a Matteo Salvini i miei alunni con i genitori di origine non italiana.
Vorrei chiedergli perché a loro no.
Perché fino a 18 anni dovranno essere invisibili.
Vorrei chiedergli: “E tutti gli altri, Salvini, non sono tuoi figli e tue figlie? Qual è il padre che si può arrogare il diritto di scegliere i propri figli?”.
Vorrei dirgli: “Tutti i miei alunni sono come Rami: come fai a non vederlo?”.
In realtà dietro a questo gesto di Salvini non c’è solo un’ingiustizia, un fraintendimento. Si parla della cittadinanza non come di un diritto come essa è – diritto riconosciuto anche dall’Onu, dall’Unicef: cioè che ogni bambino e bambina nasce cittadino – ma di qualcosa che si ritiene un premio o una punizione, che si può mettere o togliere a piacimento.
Come si trattasse di qualcosa che, fondamentalmente, è superfluo.
Qualche cosa che, appunto, non è un diritto alla persona. E in particolare: al minore.
È un atto grave, che tende come sempre a dividere piuttosto che a unire.
A creare confusione.
Un atto pericoloso.
Perché quando i diritti umani vengono scambiati per concessioni, in realtà non si sta parlando per niente di diritti, ma di altro.






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